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K2, quel giallo a 8611 metri sopra il cielo

La vera storia della prima spedizione italiana sulla Grande Montagna

di Sonia T. Carobi 31 Luglio 2019

Il 31 luglio del 1954 una spedizione italiana guidata da Ardito Desio, arrivò in vetta al K2. La Grande Montagna al confine tra il Pakistan e la Cina. Nella catena dell’Himalaya. A salire per primi furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, due alpinisti italiani leader della spedizione.
Il 3 agosto, quando fu ufficializzata la notizia, l’Italia intera festeggiò con orgoglio il successo. Eppure, a quella storica scalata, è legato un intricato giallo ‘alpino’ risolto solo da qualche anno, tra polemiche, revisionismi, e bugie.

I fatti sono abbastanza noti.
L’idea era venuta al geologo e scalatore Ardito Tesio. Dopo che, una quarantina d’anni prima, Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, aveva fallito l’impresa.
Nel 1953 il primo sopralluogo. Un anno dopo 13 uomini affrontano la vetta con 16 tonnellate di materiale a carico. La scalata vera e propria parte il 28 luglio dal campo base. A 7345 metri di altezza. Dei 13 eroi solo due alpinisti saranno scelti per l’assalto finale. Quattro giorni dopo, il trionfo raccontato da tutto il mondo.
Ma qualcosa non è andata come raccontano i giornali. Qualcuno, di quei 13, avrebbe tentato di anticipare ‘in solitaria’ Compagnoni e Lacedelli, e conquistare da solo la vetta.
La notizia bomba appare sulla Nuova Gazzetta del a firma di Nino Giglio. Il dito è puntato su Walter Bonatti. 24 anni, bergamasco, incaricato di portare tutto il necessario ai due scalatori che tenteranno l’ascesa del K2. Secondo Giglio, Bonatti avrebbe messo a repentaglio l’impresa per provarci da solo.
Si va al processo per diffamazione, e salta fuori un curioso colpo di scena. Bonatti che sale ad ottomila metri per portare le bombole ai due prescelti. Bonatti che dimostra di essere l’unico ad avere forza per continuare a salire. Bonatti che si ritrova al Campo dell’ultimo appuntamento con Compagnoni e Lacedelli che sono scappati via per paura che il ragazzo volesse affiancarli o addirittura sostituirli nel tratto finale.
Conclusione: due alpinisti che scappano verso gli 8611 m. e un ragazzo che chiede aiuto, li chiama, e rimane da solo al Campo base più alto, rischiando di morire.
Come andarono veramente le cose sarà impossibile saperlo. Oggi, a 54 anni da quella leggendaria impresa rimangono solo le parole di Lino Lacedelli: “Non era una guerra. Milioni di persone si fanno la guerra e poi si danno la mano. Spero di poter stringere la mano a Bonatti un giorno”.
Sono morti tutti e tre. Tra il 2009 e il 2011. Il ‘giallo’ del K2 rimarrà un cold case da raccontare nelle notti d’inverno

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