FESTIVAL DEL GIALLO CITTA’ DI NAPOLI

Per la quinta edizione del Festival del Giallo Città di Napoli, che avrà come quartier generale il cinema America Hall del Vomero dal 4 al 7 giugno 2026, è previsto un viaggio nella dimensione gotica e oscura della letteratura popolare, di cui proprio il nostro Francesco Mastriani fu massimo esponente.

Il Giallo e il Nero. I delitti di carta e il Male che alberga nelle menti dei criminali. Il true crime e i grandi delitti irrisolti. Ma anche le antiche leggende che si sono spostate, poi, nella letteratura di genere. Napoli Nera. I segreti del centro storico. I delitti del Rinascimento. La visione cupa di Salvatore Di Giacomo e donna Matilde Serao. Il “giallo” della tomba di Dracula. Il segreto di Mary Shelley nascosto in un palazzo diroccato dei quartieri spagnoli… Sono solo alcuni dei tempi che verranno sviscerati al Festival da nomi come Carlo Lucarelli e Luca Crovi, Franco Forte (direttore de Il Giallo Mondadori) e il nostro Maurizio de Giovanni.

Dieci eventi al giorno immaginati come un lungo, infinito racconto. E gran finale di sera con gli spettacoli in esclusiva dei protagonisti del giallo in Italia.

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Petrosino e la Mano Nera

La terza tappa dei Tour del Giallo è dedicato all’omicidio di Joe Petrosino. E in quel mistero c’entra anche Napoli.

Il 12 marzo del 1909, al capolinea del tram di piazza Marina, a Palermo, quattro colpi di pistola uccidono Joe Petrosino, lo Sherlock Holmes italiano, come lo chiamavano i giornali dell’epoca. Tra i sospettati, di un omicidio che rimarrà avvolto nel mistero per oltre un secolo, alcuni membri della Mano Nera. Estorsori che si muovevano in molte città statunitensi all’inizio del secolo. Una specie di spin off della mafia italo americana, che terrorizzava non solo gli States, ma anche il sud del nostro Paese, forse più della stessa mafia.
Ma cos’era realmente la Mano Nera e cosa rappresentò nei primi anni del Novecento?
A voler cercare una definizione immediata e ‘moderna’ si potrebbe dire che la Black Hand fu il primo pseudonimo collettivo utilizzato dalla criminalità. Non esisteva, infatti, una sola banda che si nascondeva dietro quel nomignolo, ma diverse famiglie malavitose, che operavano in diverse città. Le accomunava, appunto, il nome spauracchio, e il ‘logo’ criminale. Una mano nera in calce a lettere estorsive tipo “Se domani non vieni all’appuntamento tra la Settantaduesima strada e la Tredicesima Avenue, la tua casa sarà fatta saltare in aria e tu e la tua famiglia sarete uccisi”. E di lettere così, per quasi un decennio, ne circolarono tante. Tra New York, Chicago, San Francisco e New Orleans. Le chiamavano “lettere di scrocco”, e la gente ne aveva paura. Tanta paura.

In quegli anni, con questi sistemi, la Mano Nera divenne quasi più famosa della mafia. E il primo a capirlo fu proprio Joe Petrosino, che fece di tutto per ridimensionare il fenomeno, nell’immaginario popolare. E pagò con la vita la sua battaglia personale contro quella piaga. Tra le vittime della Black Hand anche Enrico Caruso e il famoso trasformista Leopoldo Fregoli.

Sarà la crescita esponenziale dei clan mafiosi a cancellare per sempre l’iniziativa estemporanea e l’ascesa criminale della Black Hand. Ma la leggenda nera di queste bande di estorsori non ha mai smesso di alimentare romanzi, film e fumetti.

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I cinque segreti di Napoli

Quarta tappa dei Tour. Ci sono dei posti. Posti che uno gli viene di andarci.  Almeno per una volta. Così. Per curiosità.
Sono posti che ti saltano in testa all’improvviso. E non ci perdi neanche il tempo di chiederti il perché. Erano nascosti nella mente. Da qualche parte. Acquattati dentro un ricordo.  In una sala polverosa dell’ippocampo, nel corridoio dei ventricoli laterali. Confusi in un database da quattro soldi, che probabilmente avevi chiamato “Varie”. 

Ci sono posti che ti viene da andarci. E ci vai. Sul serio. Ci vai. Magari solo per.
Ma non c’è niente. Non ci sono. Scomparsi, cancellati dal tempo, travestiti da qualcos’altro. Spariti. Sarebbe bello fare un piccolo viaggio virtuale, in quei posti. Tirare giù un percorso, un itinerario del cavolo. I luoghi che non ci sono più. Ma c’erano. Giuro. C’erano.

Comincio io. Poi, se vi va…

Via Depretis, 72
“Cara mamma, sono all’albergo Bologna, in via Depretis, 72, a Napoli. E’ abbastanza buono e molto pulito. Personale quasi tutto bolognese. Ho una stanza discreta. Oggi me ne daranno una migliore…”. Dorina Corso deve aver sorriso mentre leggeva questa lettera. La data è il 23 febbraio 1938. L’albergo Bologna. Bah! “Speriamo almeno che gli cambino stanza”.
Non c’è stato il tempo, signora.  Ettore Majorana è scomparso un mese dopo. Svanito. Nel nulla.
Insieme all’Albergo Bologna di cui non si hanno più tracce. Al 72 di via Depretis c’è una saracinesca sprangata. Il “Bologna è chiuso da prima del terremoto”. Dicono quelli del posto. Ora nelle stanze che ospitarono Maiorana c’è l’annona del Comune di Napoli.

Via Tasso, 484
Lucania possiede, senza figurarne proprietario, un edificio sito in via Tasso 484, Vomero, Napoli. Lucania pagò l’immobile cento milioni di lire. Occupa uno dei due appartamenti all’ultimo piano, lussuosamente arredato. Risulta proprietario certo Carlo Scarpaio, ma in realtà non lo è. Lucania abita qui dal giugno 1952”. Guardia di Finanza il 5 maggio 1953. Verbale a carico di tal Lucania Salvatore, detto Lucky Luciano.

Riviera di Chiaia, 250
“I, their eldest child, was born at Naples, and as an infant accompanied them in their rambles… “. A Napoli? Si. A Napoli. Che sarà mai. Victor Frankenstein nasce alla fine del Settecento a Napoli. Dove? Sulla Riviera di Chiaia. Lo dice Mary. E non mi sembra il caso di mettersi ad indagare.
“Era figlio di Alfonso – mi spiega la signora mentre le guardo nella scollatura – un influente uomo politico ginevrino, appartenente a una ricca e antica casata nobiliare, e di Caroline Beaufort, a sua volta figlia di un vecchio amico di Alfonso, un tempo ricco uomo d’affari poi caduto in disgrazia, e morto in solitudine”. Bene. E perché proprio a Napoli? “Perché – risponde paziente – c’era stato mio MARITO. Dormiva al 250 di Riviera di Chiaia”. Mi scusi. Non sapevo. Che fosse sposata.

Via Crispi, ***
“Inizialmente gli esterni li giravamo a Parigi. Poi la produzione si trasferì a Napoli. La vostra città assomigliava di più alla Parigi di Simenon che la stessa Parigi contemporanea”. Se lo dice lui chi si permette di obiettare. Udite, udite: Mario Landi, il regista della serie televisiva Le Inchieste del Commissario Maigret trasmessa in Italia dalla RAI dal 1964 al 1972 e interpretate da Gino Cervi, dice che Napoli è meglio di Parigi. Lui il suo Maigret preferiva farlo passeggiare su via Crispi. E sempre in quella strada il mitico Jules si fermava, faceva l’ultima boccata di pipa e poi si infilava in un cancelletto per rientrare a casa. Casa sua. A Napoli. Scoprite qual è quel cancelletto e vi vorremo bene per sempre.

Discesa Gaiola
“Se il nome Barelli è inventato, dobbiamo aspettarci che lo siano anche quelli di Emilia e Gennaro Lucca: Watson vuole proteggere la privacy di Barelli, ma a Posillipo certamente tutti sapevano che la figlia di Barelli era fuggita con un uomo”.
Ha ragione Enrico Solito a farsi queste domande. In fondo lui è uno dei maggiori esperti di Holmes in Italia. E se c’è uno che si deve fare certe domande è senz’altro lui. Per noi la cosa è più semplice e immediata. Se c’è un racconto di Doyle che parla di Napoli. Se la protagonista di questo racconto (Il Cerchio Rosso), dice di essere nata a Posillipo. Anzi. Di essere nata a Posilippo. Con due pi.  Noi andiamo lì e tentiamo di capire. Una risposta possibile? La signora Lucca deve essere nata nei terranei “Case dei Marinai”, che si trovano tutt’oggi sulla discesa a scalinata confinante con la proprietà ora Ambrosio. Oppure nella Casa Rossa, una villa un po’ più distante. Casa Rossa, Cerchio Rosso. Conan Doyle non aveva tanta fantasia. Sic!

Cinque posti. Abbiamo cominciato noi. Vediamo se siete più bravi.

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