Le ombre di Napoli Nera

Nella ‘quarta di copertina’ dell’ultimo romanzo di Letizia Vicidomini, La Ragazzina Ragno, edito da Mursia, nella collana Giungla Gialla, c’è un elenco. Una lista. Di persone, gente, facce, che si ritrovano tra le pieghe della storia narrata.
L’elenco funziona più o meno così. Spiega cosa fa, nella vicenda, ognuno dei personaggi che il lettore incontrerà: “C’è una ragazzina – si legge – che fa questo e quello. C’è un ragazzo che fa questo e quello. C’è una donna che fa questo e quello”.
E’ bello, quell’elenco. Perché è intrigante, perché riesce a far venire voglia di leggere. Eppure, in quell’appassionante inventario di maschere e misteri manca qualcosa. Una, cosa. In particolare.

Nella lista della quarta di copertina dell’ultimo lavoro della scrittrice salernitana tra le più apprezzate dagli appassionati di noir, mancano gli occhi. Già. Perché La Ragazzina Ragno, il gran bel giallo costruito tra le ombre e i segreti della ‘città del sole’, è un libro di occhi. Che guardano, scrutano, spiano, seguono instancabilmente ogni dettaglio. Ogni soffio. Ogni accadimento. Finanche i silenzi.
Occhi che ‘vedono’ il silenzio. E riescono a dargli un valore, un significato.
“C’è una ragazzina che fa questo e quello. C’è un ragazzo che fa questo e quello. C’è una donna che fa questo e quello”. E ci sono gli occhi. Che guardano una città indolente, una generazione insopportabile, un manipolo di ragazzini che giocano a morire. Perché quando giochi, con i giocattoli che sono più grandi di te, muori. Anche se sei convinto di potere tutto, di avere tutto. E tutti. Nel pugno. Come la Ragazzina Ragno, appunto. Maya la bella. La sua tela, la sua sconfitta. E Luca. Il bullo. Il ragazzino con le certezze, che finirà in un inferno già scritto e prevedibile. Tranne che da lui.

Romanzo duro, doloroso. Giallo avvincente e serrato. Due livelli di scrittura. Due registri che camminano fianco a fianco. Un solo risultato. Un libro che non è semplicemente un giallo, scritto da una giallista che è prima di tutto una donna capace di guardare, di non perdere di vista il vuoto nel quale, ogni tanto, si perdono le nuove generazioni, e questa città, alle prese con un’indifferenza che fa male. A volte. Fa molto male.
Bella roba, insomma. A dimostrazione che per certi libri la formuletta ‘letteratura di genere’ è solo una sovrastruttura frettolosa e di comodo, dalla quale dovremmo finalmente liberarci.

 

Nelle sue ossa

Durante un restauro, nella cantina di una villa sul lago vengono trovate ossa umane. Sono lì da almeno quarant’anni e nessuno ha idea di chi possano essere. La giornalista Benedetta Allegri si imbatte nella vicenda e spera che possa essere l’occasione per rilanciare la sua carriera precaria. 

È che, a volte, finisci per non esserne più tanto convinto. Non ci credi. Non ci credi più. Nel tuo mestiere, in ciò che hai amato, in tutto quello che ti sembrava meraviglioso, unico, e basta. Tutto quello che avresti voluto dalla vita.
Benedetta è così. Non ci crede più, nel suo mestiere. Tutto quello che avrebbe voluto dalla vita. Fare la giornalista. Di nera. In un grande giornale.
E, allora, poi, non conta nemmeno la suggestione forte di una villa su un lago, il fascino di un mucchio d’ossa trovato negli scantinati, il mistero di una ragazza scomparsa. Non ci crede più, Benedetta. Neanche in un caso che potrebbe cambiarle la vita.

Comincia così, Nelle sue ossa, il bel giallo di Maria Elisa Gualandris. Con la disillusione di una giornalista precaria, con la beffa di una storia incredibile che arriva proprio durante la sua prima crisi professionale. Tutto piano, tutto col pilota automatico. Tutto ‘mestiere’. Ma un giornalista non smetterà mai, fino in fondo, di essere giornalista. Anche con dentro la rabbia di chi sa che questa professione non regala niente a nessuno.
Piano. All’inizio. Quasi senza voglia. Poi, però…

Poi però la storia prende corpo, i particolari vanno a fuoco, i tasselli cominciano ad incastrarsi alla perfezione nel complesso puzzle che questa autrice, giornalista di nera nella vita reale, riesce a mettere insieme, con la determinazione di chi conosce da dentro un’indagine, il suo inarrestabile evolversi, tra dettagli e mezze parole. Come fossero i grani di un rosario. Sfilati lentamente, ossessivamente, per tentare di arrivare ad una verità, che nessuno, per anni, aveva voluto vedere.

Belle, da leggere, le 308 pagine di questo romanzo che conduce il lettore in un’antica dimora sul Lago Maggiore. Belli i tempi della storia, e la narrazione in prima persona. Le pagine volano via, i luoghi diventano casa, i personaggi si riconoscono e si ricordano. A cominciare dalla protagonista, Benedetta Allegri, la cronista precaria, che regala al lettore occhi per guardare, per capire, per non mollare. Perché la storia è tutta lì. Comincia con il fatalismo, finisce con un ritrovato credo nella verità che ogni nerista cerca instancabilmente, durante tutta la sua carriera.

“Sono e resto una cronista di nera”, dice, a sé stessa, Benedetta, passando davanti a Villa Camelia. Dice la verità. E lo scoprirete seguendo la sua indagine, conoscendo i personaggi che la ostacolano o che non la prendono sul serio, imparando ad amare anche l’affascinante commissario Giuliani, che l’aiuta, le lascia spazio, le permette di arrivare fino in fondo. Ad un storia sorprendente, con un paio di colpi di scena costruiti nel migliore dei modi, e con la capacità e il tempo di raccontare anche una provincia piena di segreti sepolti nei cassetti di una memoria troppo dolorosa da recuperare.

Il libro fa parte del progetto BookaBook. Libri scelti, e sostenuti dai lettori, per dare una chance a chi ha ancora qualcosa da dire. E da raccontare.
Varrebbe veramente la pena leggerlo.