E se Mandzukic e Nainggolan…

Comincia dal Capitolo 7, il libro di Lorenzo Lombardi Dallamano.
Comincia a pagina 12. Pari. A sinistra. Il thriller “a esagoni bianchi e pentagoni neri” che Santelli editore ha fatto uscire ad aprile scorso, forse sapendo che di lì a poco si sarebbe ricominciato a parlare di calcio.
Comincia con un secco Cazzo, non toccarmi, questo incredibile giallo che confonde, spiazza, stupisce fin dalla copertina, dal titolo “E se Mandzukic e Nainggolan…” e dalla presentazione di… Ornella Muti.

Insomma, che robe. 382 pagine di sorprese, che partono dal Capitolo Sette, aprono pari, chiudono dopo un countdown estenuante, che puntella i tempi di un angoscioso rapimento. Quello di una donna, quello della compagna di un noto opinionista sportivo, quello che vede ‘in campo’ una giovane Ispettrice della Mobile, Vanessa Cojocaru, un noto detective in caduta libera (Parigi, e basta), e due calciatori reali, che più reali non si può: Mario Mandzukic e Radja Nainggolan.
Insomma, che robe.

Sette capitoli al contrario per un hard boiled che si arrampica sulle scale del jazz, gioca con i noir a muso duro anni Cinquanta, ed è firmato da un signore che si definisce un ‘vecchietto’, ma ha un master in profiling, fa lo psicologo, e si è fatto undici anni a seguire il Festival di Sanremo.
Che robe.
E la cosa divertente è che il libro è bello, si legge veloce, ci si diverte, si fa il tifo, si cerca la fine, ma non per finire, ma per capire, per mettere insieme tutti i tasselli del mosaico.

Vabbè. Belle sorprese in casa Santelli. Ritmo e modernità, bella scrittura e provocazioni con la pala. Conviene farsi un giro. Nel mondo di Lombardi Dallamano. In questo bel giallo, che non ti aspetti.

 

“I Gialli? Non li leggo”

E’ che può capitare, in una mattina qualsiasi, di riuscire a farsi due chiacchiere con Antonio Manzini (è uscito proprio in questi giorni Vecchie Conoscenze, sempre Schiavone, sempre Sellerio). Nella speranza, magari, di sentirgli dire che ucciderà Schiavone sulle Cascate Reichenbach, ad un passo da Aosta (sic). Son quelle cose Social, che si bruciano in un attimo, che uno le fa e non sa neanche come andrà a finire.
E’ andata benino. Avevamo un po’ di domande da fare al papà di Rocco Schiavone, e gli abbiamo scritto. Lui ha risposto veloce e sincero. Ne è venuta fuori una chiacchierata virtuale che sarà bello anche approfondire. Perché Manzini è uno scrittore sorprendente, come il suo personaggio più famoso. Non è un lettore di gialli, per esempio. E la ‘serialità’ deve averlo stancato abbastanza.
State a sentire…

Intanto siamo partiti dagli inizi. Pensavamo al suo primo romanzo, peraltro ormai introvabile: Sangue Marcio. Tra quelle pagine c’è un personaggio con una storia interessantissima. Gli abbiamo chiesto se abbia mai pensato di recuperare ‘personaggi del passato’. E lui… “Se servono alla trama perché no? La verità è che molti li ho anche dimenticati”.
Allora abbiamo insistito sui ricordi e gli abbiamo ricordato Cencio, Franco, René e Cinese, i quattro ladri sfigati de  “La giostra dei criceti”. E’ veramente innegabile un ‘confronto’ con gli amici ‘di sempre’ di Rocco Schiavone?
Manzini ha risposto secco. “Non c’è nessun collegamento tra loro. Sono solo dei banditi e se hanno qualcosa in comune è solo legato alla loro etica e visione del mondo. Cencio era un subdotato, Franco un serpente a sangue freddo e Renè un eroe romantico”.
Eravamo pronti per toccare la corda Schiavone. In redazione abbiamo discusso sul come porre la domanda. “Chiediamo senza mezzi termini: Schiavone morirà?” Poi, abbiamo scelto una strada più morbida… Cose tipo, quanto è ancora legato a Schiavone e quanto vorrebbe liberarsene?
Sono parecchio legato a Rocco Schiavone, e finché mi diverto vado avanti. Dovessi percepire noia spegnerei la macchina. Non mi piacciono i libri dettati dalla necessità commerciale”.
Tiriamo un sospiro di sollievo. Siamo anche noi legati a Schiavone, e non volevamo sentire altro.

A questo punto, però, la curiosità è legittima: Sta pensando a un personaggio nuovo?
Lui risponde senza pensarci un attimo, ma un po’ si tradisce. “No, penso a nuovi libri, ma se per personaggio si intende un personaggio seriale dio me ne scampi”. Eccoqua. Schiavone lo impegna, lo assorbe, probabilmente non lo lascia libero. Per noi è ok, figurarsi. Ma si capisce, ad esempio, la voglia che aveva di scrivere un romanzo come Gli ultimi giorni di quiete. Fuori da sentieri. E, tra l’altro, bellissimo. Non ci resta che chiuderla col domandane deficiente che facciamo spesso, e ci rispondono tutti male.
Lo stato del ‘giallo’ in Italia. Pensa che stia crescendo, o la grafomania (imposta dagli editori) non fa bene? Insomma, se le va, sarebbe bello avere due parole su ‘giallo italiano. Visto che non ne parla più nessuno e si da tutto per scontato.
Ci pensa un po’, Manzini. Poi dice, forse sincero: “Sono la persona meno adatta a rispondere, perché io del ‘giallo’ e della sua situazione in Italia non ne so niente. E confesso che non sono neanche un lettore di gialli. Constato che ne escono parecchi, è evidente, rimembranze universitarie, che ci sia una domanda abbastanza elevata, altrimenti non se ne comprenderebbe il senso. Oddio, è anche vero che si scrivono migliaia di libri all’anno e non ci soni lettori… quindi confermo: non sono la persona adatta a dare una risposta intelligente. L’unica cosa che mi sento di dire è che se uno si sente di dover scrivere un libro, deve essere libero di farlo. Se non è un dictat editoriale, è ovvio, o un proclama politico“.
Fatta. Quattro chiacchiere con Manzini.  Non è andata nemmeno tanto male.