Black Mask, pulp magazine

Se proprio dobbiamo trascorrere la nostra vita a parlare di mascherine, forse converrebbe ricordare anche che ottanta anni fa nasceva Black Mask, il pulp magazine che avrebbe rivoluzionato la storia del giallo nel mondo.
Storia bella bella, quella del periodico pensato dal giornalista H. L. Mencken e dal critico George Jean Nathan. Due amici senza un soldo, con in testa un sogno. Una rivista pronta a guardare i delitti di carta da una prospettiva completamente diversa. “Non ci interessa la soluzione finale” si dissero. “Meno che mai la soluzione del giallo. Contano solo i fatti, l’incalzare degli eventi, la tensione, la suspance”. Essere dentro una storia, viversela come se si stesse seduti in un taxi di notte, a tagliare la città. “Segua quell’auto”. E via. Dentro una nuova avventura.

Roba per investigatori privati maledetti. Roba da Hard Boiled. Altro che noiosissime cellule grigie, alla Poirot. Qui siamo dentro il crimine. Nel cuore della violenza.

A volte le cose vanno così. Mencken scrive a Nathan: “Sto pensando di avventurarmi in una nuova rivista economica. L’opportunità è buona e ho bisogno di soldi”. Partirono tranquilli, senza rischiare più di tanto, qualche anno dopo in quelle pagine pubblicate per la prima volta nel 1920, nasceva un nuove genere letterario. L’Hard Boiled, appunto. E a Black Mask approdavano gente come Dashiell Hammett e Raymond Chandler. La Scuola dei Duri. La risposta americana ai merletti della signora Marple.
100mila copia ad uscita, per la grande rivoluzione del mystery.

Oggi sono ottant’anni, da quella telefonata tra amici. Black Mask non c’è più. Ci rimangono solo delle mascherine azzurre, per evitare i delitti di un virus maledetto.

 

 

Attilio Veraldi, il Vomerese

Quarant’anni fa, nell’autunno del 1980, Rizzoli pubblicava il primo romanzo dedicato al terrorismo in Italia. Era firmato da un napoletano, che dalla sua già aveva il merito di essere considerato il padre del giallo italiano. Si chiamava Attilio Veraldi, e il libro, che per la prima volta trascinava gli anni di piombo nella letteratura di genere, si intitolava Il Vomerese.

Bisognerebbe dedicargli una strada, ad Attilio Veraldi. Fine traduttore di Chandler e Hammet, Napoli lo ha troppo velocemente dimenticato. Senza intuire quanto grande sia stato il suo ruolo nel mondo del giallo, che pure oggi, proprio a Napoli, ha uno dei sui più valenti e illustri prosecutori: Maurizio De Giovanni.

Una spy story, col nome di uno dei quartieri più grandi della città, basterebbe a rendergli onore. Eppure di Veraldi non si sa bene nemmeno il giorno in cui nacque, e dove morì con precisione.
Quando nel 1976 apparve La Mazzetta, il giallo italiano quasi non esisteva. E nonostante la presenza sul mercato di scrittori come Loriano Macchiavelli e Bruno Enna non era riuscito ancora a trovare la sua dimensione. La Mazzetta fu il primo grande successo di un genere che in Europa già volava alla grande. Il film di Bruno Corbucci con attori del calibro di Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Paolo Stoppa, fece il resto.
Quattro anni dopo, arriva in libreria il Vomerese. Un incredibile racconto che anticipava il sequestro del generale Dozier e descriveva gli intrecci e le trame delle Brigate Rosse, tra servizi segreti russi, americani e italiani, nel pieno dello scontro tra palestinesi ed israeliani. Ma non finisce qui. Quel libro si presentava come una spy story capace di disegnare perfettamente l’identikit del capo delle BR, il criminologo Giovanni Senzani. Era ambientata a Napoli e, riletto alla luce delle indagini degli ultimi anni, avrebbe lasciato senza fiato tutti.

In questi giorni Il Vomerese compie quarant’anni. Veraldi, che fu uno dei primi consulenti del progetto editoriale che poi portò alla nascita di Gialli.it, morirà 19 anni dopo, lontano da Napoli. A Monte Carlo. E’ arrivato il momento di restituirgli ciò che si merita.

 

 

 

Ad un passo dal segreto di Garibaldi

L’hanno ritrovata a largo di Amantea. Nel guscio del Tirreno. In quelle acque che giocano a guardarsi con Palermo, su una linea che sembra una lama, ed è lunga esattamente 140 miglia. E non è un dettaglio da poco.
Un ferro vecchio. Una caldaia a vapore. Per essere pedanti. Il cuore pulsante che batteva nei primi mercantili dell’Ottocento. In quel rottame a pelo d’acqua, la spinta di antiche traversate, e futuri possibili. Sul mare. Ovviamente.
L’ha ritrovata un sub. Neanche tanto lontano dalla costa. Di fronte alla foce del Catocastro, il fiumiciattolo che passa sotto il Castello di Amantea, e si tuffa nel Tirreno, tirandosi dietro un po’ di danni della civiltà moderna. Inquinamento, robe così.
Sarebbe una storia da poco, se non fosse per quelle 140 miglia, che dicevamo in apertura.
Già, perché quel numero, quella distanza, torna in testa a molti, quando, di notte, si parla di tesori. Quando qualcuno si ricorda di John Pender Paynter, e la dice a bassa voce, quella cosa che disse il capitano del vascello della Marina inglese Hms Exmouth nel marzo del 1861: “L’Ercole? E’ colata a picco a 140 miglia da Palermo. Punto.

Eccola qua, la nostra notizia. La storia da raccontare in questi primi giorni di freddo.
Un sub, qualche giorno fa, in Calabria, individua il catorcio di una caldaia a vapore. Sembra niente, ma gli bastano un po’ di ricerche per capire che forse si tratta della scoperta dell’anno. Quella caldaia potrebbe essere il propulsore del piroscafo Ercole, scomparso nel nulla tredici giorni prima dell’Unità d’Italia, con a bordo il tesoro degli Inglesi e tutti i segreti di Garibaldi e della Spedizione dei Mille. Bum.

Il piroscafo Ercole scomparve agli inizi di marzo del 1861 portando in fondo al mare  documenti e danaro del governo piemontese e della massoneria inglese che sarebbero dovuti servire a corrompere generali e notabili borbonici

Di inchieste, su quella sparizione, ne fecero molte. Affondato nei pressi di Capri, vicino Ischia, dirottato chissà dove, esploso, boh. 78 morti. Tra questi anche Ippolito Nievo. Mistero su mistero. Sta di fatto che nell’elenco delle ipotesi ce n’era una che si presentò subito come qualcosa di più di un’ipotesi. Si trattava della deposizione di militare stimato e credibile. Lui non disse di aver visto l’Ercole affondare. Disse solo che il relitto del piroscafo era a 140 miglia di Palermo. Lo conosceva bene, l’aveva visto, non poteva sbagliarsi.

160 anni dopo un sub, in Calabria, ripete le stesse parole di Paynter.
L’Ercole è lì. E una pagina della nostra storia ora può essere riscritta.