Un uomo tutto solo

“Quindi lei vive su un’Isola deserta, e quando non ne può più se ne va in barca da solo. Tanto per concedersi una botta di vita. E le donne? Tutte sirene che cantano e battono la coda blu sugli scogli dell’Egeo?”.
Bianca Burani era, oggettivamente, una gnocca. E quando rideva era ancora più troia.
Gli occhi verde e marrone, le fossette, il mento leggermente a punta con un piccolo taglio al centro, come fosse una cicatrice, rubava desideri poi spostava lo sguardo di scatto. Di solito di lato, o in alto, quando si divertiva e voleva essere guardata.
Da ragazza doveva essere stata uno schianto, ma anche ora che aveva superato i cinquanta, era difficile non pensare cose indecenti.

Si muoveva piano, controllava ogni gesto, sfiorava gli oggetti e costringeva a seguirla, in quel danza raffinata di occhi, mani, capelli, labbra.
“Non bisognerebbe mai parlare delle donne in un certo modo, proprio l’otto marzo. Ma vedo che lei non festeggia. Se ne va per isole senza uno straccio di mimosa. Deve aver sofferto molto”. Ancora una risata, ancora le dita che cercano il pacchetto di slim della Vogue, ancora la piccola camicia bianca, annodata sull’ombelico, che si apre ogni volta che si sposta sulla sedia. L’uomo seduto di fronte a lei era bravissimo ad evitare crolli, ma ogni tanto stringeva le mascelle e sorrideva lontano, con gli occhi che si perdevano in altri ricordi, altri incontri, altre risate.

Thodora, quella mattina, era latte, panini caldi, marmellata. Il borgo profumava di colazioni sui terrazzi, di giornali aperti sull’oroscopo, di vite impossibili, appoggiate sulle lenzuola solo il tempo di ricominciare.
L’uomo non s’aspettava quel disegno da bambini deficienti ad un passo dalla fine della scuola. E toglieva, toglieva cose, scacciava, per non dirsi che non sarebbe mai riuscito a farlo. Quello che doveva fare.

Bianca non era la prima persona con la quale aveva parlato un po’. Un giro al bar, due chiacchiere col prete, le risate di una ragazza che diceva veloce eserimanessimo?
Aveva messo insieme pezzi alla rinfusa. Stava prendendo a cazzo, ma era esattamente quello che aveva deciso di fare. Non puoi sentir parlare di una comunità, ogni attimo della tua giornata, e non decidere di andare a dare un’occhiata.

Gli avevano detto che non ce n’era affatto bisogno, ma lui testardo, doveva mettere in fila le cose, i particolari, i dettagli. E ora era lì, a Theodora, sulla punta dimenticata dell’isola di Nugnes, in un borgo che sembrava uno scherzo cretino, a fare la conta dei pezzi che mancavano, che s’erano persi, che non si capivano. Azzurro? Sarà il cielo. Si, sarà il cielo. E via, a fare quello stravagante, che gira da solo, ad infilar tasselli. “No, è che sono sceso di casa per comprare le sigarette”. Aveva deciso di dire. “Qualche anno fa, però”. Avrebbe aggiunto, paraculo. Formuletta facile facile, ma lui piaceva alle donne, e in quel modo si aprivano un sacco di spiragli.

(1. continua)

Sette mesi esatti

“Un uomo tutto solo che a marzo fa il pacione su un’isola greca. Dica la verità, quella cazzata sulle sigarette non è l’unico prezzo che deve pagare per farsi una scopata. Quante ne ha a disposizione di frasi imbecilli che fanno comunque effetto?”. Bianca sondava, testava, tastava. Gli stava simpatico quel tizio. E poi a Theodora c’era un sacco di tempo per tentare di capirci qualcosa. Il gioco era quello, con tutti. D’estate, e ora anche in quella coda d’inverno dalla quale stavano uscendo dopo aver accettato la proposta delle lettere.

“Da quando siamo qui? Oggi sono sette mesi esatti. Se poi ci mette anche l’estate, beh, ci avviamo verso l’anno. Mi sono talmente abituata che non mi manca niente di Roma, della vita fuori. E’ stata la cosa giusta. Ne avevamo bisogno tutti. E sta funzionando. Poi, arriva uno come lei… e che vuoi più dalla vita”.

L’uomo si leccava le labbra, quando rideva, poi stringeva un po’ i denti e lasciava parlare. Bianca raccontava che sembrava una bambina, l’uomo beveva, sorrideva, s’accendeva il pezzo di Toscano che aveva tra le dita da quando s’era seduto. Bianca d’un fiato spiegava ai grandi quel gioco meraviglioso che s’erano inventati, l’uomo ricostruiva che ci vuole culo, nella vita, a sconfiggere la solitudine e la vecchiaia. E Bianca era solo ed esclusivamente questo, un gran pezzo di figa che era salita sull’ultimo treno utile, prima di lasciare che il tempo la violasse senza ritegno.

“E’ che non vedevo l’ora che qualcuno me lo chiedesse, questa è la verità. Era un po’ che sapevo di avere bisogno di una roba del genere. Ma dove la trovi la forza per fare certe scelte. I desideri, a volte, li lasciamo su un comodino vicino al letto. Ci giochi ogni tanto, e ogni tanto, la mattina, apri gli occhi e sono esattamente dove li avevi abbandonati la notte prima. Con la sveglia, l’orologio, il telefonino. Magari sono anche la prima cosa che guardi, quando metti a fuoco. Ma finisce. Un attimo. Poi vince la quotidianità. Capisce? Avevo il desiderio di scappare via, poggiato ad un passo dalla testa, e sono sempre scesa dall’altra parte del letto. Magari vuoto, per giunta. Poi, un bel giorno, qualcuno dice eserimanessimo? e a te scappa solo da ridere”.

L’uomo non mosse un muscolo. Lasciò che la donna si toccasse il seno, mentre infilava giustificazioni. Bianca, quel gesto, lo fece in un modo singolare. Privato. Un cazzo suo. Si accarezzò col pollice e il medio il profilo di una tetta come se le dita fossero di un altro, carezze lontane, giochi di quando ti perdi un po’ e il desiderio è l’unica cosa che ti tiene agganciato alla realtà.

(2. Continua)

Quando uccisero Petrosino

12 marzo 1909. Piazza Marina. Palermo. 4 colpi di pistola uccidono il detective italo-americano Joe Petrosino. Due sicari mafiosi gli sparano alle spalle, lasciandolo riverso ai piedi del cancello di Villa Garibaldi a pochi passi dal Caffè Oreto. Il ristorante dove aveva appena finito di cenare.
Nella giacca ha un orologio d’oro da taschino, soldi e alcuni biglietti da visita con scritto: Giuseppe Petrosino. Polizia di Nuova York. Nessuna pistola. Ma tra gli effetti personali rinvenuti sul cadavere, c’è anche un pezzetto di carta con scritto, a penna, il numero 6821 e molte buste contenenti vari indirizzi riferibili alla città di Palermo. Mai verificati.
Così, oltre un secolo fa, la mafia si vendicava per la prima volta di un uomo di stato perché si era avvicinato troppo alla verità.

Giuseppe/Joe Petrosino era tornato in Italia dopo 36 anni di vita da emigrato in America, per indagare sui possibili legami tra capibastone siciliani e boss americani.
Da quando all’età di 23 anni aveva indossato la divisa da poliziotto con il distintivo numero 285, la sua lotta contro la criminalità organizzata di Little Italy non si era mai fermata.
Lui, Giusè, che aveva lasciato la sua Padula in provincia di Salerno a 13 anni per seguire la famiglia in America, che aveva lavorato come strillone e  lustrascarpe, che aveva imparato l’inglese con un corso serale, era l’unico in grado di poter fare da tramite tra la polizia di New York ed il numero sempre crescente di immigrati italiani che arrivavano nel Nuovo Mondo e che, spesso cadevano nelle trappole della criminalità.
Petrosino non voleva solo boicottare i traffici delle bande malavitose, voleva circoscriverle, impedire che si organizzassero in forme più complesse e che arrivassero a contaminare ambienti sempre più alti. Come quelli politici. Era onesto, giusto. E pretendeva onestà e giustizia. Per sradicare il problema alla radice, però, era necessario tornare in Italia ed andare in Sicilia. Solo  sull’isola si sarebbero potute trovare le prove che avrebbero incastrato e fatto immediatamente rimpatriare i boss più influenti come Vito Cascioferro, Ignazio Lupo, Joe Morello.

Viaggio in Italia
L’autorizzazione  per la missione in Italia arriva dal Capo della Polizia Americana Bingham, nel 1909. Petrosino ha 49 anni. Da poco si è sposato ed ha avuto una bambina, Adelina. Quella è la missione che il detective aspetta da tutta la vita. Il 9 febbraio 1909 in via del tutto segreta, il poliziotto italo-americano si imbarca sul battello Duca Di Genova e parte per l’Italia stringendo tra le mani una borsa portadocumenti piena di liste di nomi su cui fare ricerche o da contattare. Durante il viaggio ha modo di inviare un telegramma al fratello Michele che, in quel periodo, era ritornato a Padula. Vuole fargli sapere che sta arrivando dall’America e che passerà per il paese natale. Per motivi di sicurezza si firma Giuseppe Di Giuseppe.
Arrivato in Italia si ferma prima Genova, poi Roma. Nella capitale prende contatto col Capo Gabinetto del governo Giolitti Camillo Peano e, successivamente, con il capo della Polizia Francesco Leonardi. Quest’ultimo gli consegna una lettera diretta a tutti i questori della Sicilia per agevolare il suo soggiorno e le sue indagini.
Nella stessa giornata del 27 febbraio Petrosino lascia Roma e prosegue per la Campania diretto a Padula dove arriva intorno alle ore 13.53.
Ormai a quell’ora in paese si è già diffusa la notizia del ritorno a casa dell’illustre compaesano. In molti escono dalle case per vedere compà Giusè. In molti vogliono parlargli o anche solo stringergli la mano. Di Petrosino hanno appreso le gloriose imprese attraverso le lettere dei familiari emigrati. Quelle imprese, a Padula, si sono trasformate in vere e proprie leggende.

A casa di compà Giusè.
Il fratello Michele lo accoglie nella casa dove avevano vissuto da bambini. Ha preparato un pranzo di benvenuto in suo onore ed è contento di averlo di nuovo così vicino. Come quando in America avevano condiviso la stessa stanza in una piccola pensione per ben 4 anni, prima che ognuno prendesse la sua strada. L’orologio a pendolo posto sopra la tavola della stanza da pranzo non segna ancora le due e mezza che la famiglia riceve una visita inaspettata: è un amico, un vicino di casa, arrivato con un giornale sotto al braccio. Il titolo in prima pagina riporta a caratteri cubitali la notizia del viaggio di Joe Petrosino in Italia. E’ un duro colpo per il poliziotto. Fino a quel momento era assolutamente certo dello stato di segretezza della sua missione. Il fratello Michele lo prega di rimandare la sua discesa in Sicilia. Invano.
Quella a Padula sarà per Petrosino una notte insonne: chino sulla sua scrivania il poliziotto tenta di rimettere insieme i tasselli di quella strana “soffiata”. Vuole capire. Tentare di individuare il nome della talpa, dell’uomo che lo ha tradito.
Solo dopo si scoprirà che a svelare la missione di Petrosino in Italia è stato lo stesso capo della Polizia Bingham. L’uomo aveva concesso un’intervista ai giornalisti americani forse sperando in un pizzico di pubblicità. Ma la soffiata, dice Petrosino a suo fratello, potrebbe anche essere partita contemporaneamente dall’Italia. Ormai la missione è compromessa. Ma non si può più tornare indietro.

Palermo. Missione impossibile.
Joe Petrosino arriva a Palermo con il Postale partito da Napoli il 28 febbraio. La prima tappa è l’archivio della Polizia. I fascicoli contenenti le informazioni che cerca sono completamente vuoti. La missione da “compromessa” diventa “impossibile”. Eppure senza neanche un passo indietro il poliziotto continua a svolgere indagini anche fuori dal capoluogo. Fino alla notte del 12 marzo. Il suo sarà un calvario di omertà e reticenza. Ma anche di errori e ingenuità. In Sicilia Petrosino si fida delle persone sbagliate e sarà ucciso da due uomini che si erano finti informatori.
L’autorità di cui è investito non serve a salvarlo. Forse perché non ha fatto i conti con i più forti interessi che l’“Alta Mafia” era arrivata a difendere in quella fase di ascesa al potere internazionale.
I suoi parenti vengono allontanati da Padula e nascosti in un luogo segreto, probabilmente in California, per paura di ulteriori ritorsioni. Si è diffusa la voce che qualcuno volesse sterminare l’intera famiglia. La figlia Adelina verrà a sapere la vera identità del padre solo all’età di otto anni leggendo i fumetti ispirati alle sue imprese.

Dopo oltre cento anni la Sicilia lo ricorda con una statua. Per non dimenticare un eroe lasciato solo e molti interrogativi ai quali ancora non è stata data una risposta.

Ma quanto impegna Jack

Argomento delicato. E antico.
Per anni abbiamo combattuto contro l’ansia di chi interpreta Jack come un gioco totalizzante, ed è convinto che, o si impiegano nel gioco tutti gli spazi del tempo libero, o non si va da nessuna parte.
Non è così. Jack è costruito in maniera tale da permettere a chi gioca di decidere il tempo che vuole dedicare a questo passatempo. La soluzione sta solo ed esclusivamente in una buona organizzazione della Squadra. Dividersi i compiti, alternarsi nelle ‘uscite’, scegliere chi è più bravo nelle ricerche e chi nell’azione, e ‘studiare attentamente ogni singolo documento di Jack’. Perché molte volte la soluzione è nel capire quali sono le carte giuste, e non nello sbattersi per cercarle tutte senza cognizione di causa.

Miss Marple risolveva casi senza muoversi dalla poltrona del sua casetta in campagna. Nero Wolfe in quarant’anni di onorata carriera non si è mai mosso dal suo appartamento al numero 918 della 35esima strada ovest di New York. Ma Archie Goodwin, il suo braccio destro, girava instancabilmente, interrogava, pedinava, si faceva anche torchiare dalla polizia, in qualche caso addirittura arrestare, al posto del suo datore di lavoro.

Quindi è solo una questione di organizzazione. Essere, a seconda dei propri impegni, a volte Wolfe, a volte Goodwin.

Certo, ci saranno delle accelerate, dei momenti in cui per forza di cose bisognerà alzare il culo dal divano e darsi da fare. Ma sono concentrati in dei giorni e in dei week end (un paio, in quattro mesi) precisi, che verranno comunicati con ampio anticipo. E saranno concentrati soprattutto a partire dal secondo mese di gioco, quando sarete voi e solo voi ad aver deciso di continuare e di capire come va a finire.

I giorni di ‘azione’ (Action Day), le Location fuori porta, i week end di gara collettiva, li troverete sempre nel quadro riassuntivo della Tappa. Dove vi verrà indicato anche l’ambito di gioco e gli eventuali Raduni.

Le Due Parti

In passato Jack era diviso in episodi. Ma tenete presente che questa è un’edizione speciale e durerà solo un mese. Quindi la cosa più facile è dire che Jack sarà diviso in due parti. La Prima, l’ingresso, durerà una settimana. E ci sarà una mission da raggiungere. Se si supera questo scoglio, si continua, e si entra nella Seconda Parte. Della durata di tre settimane esatte.

Il format di Jack è stato costruito mantenendo un doveroso equilibrio tra trama verticale (narrazione episodica) e trama orizzontale (narrazione seriale). Di seguito vi forniamo la Scheda della Prima Tappa di Jack. La Prima Settima, per intenderci.
La Seconda Parte di Jack, verrà presentata domenica 15 marzo, e solo a patto che si sia raggiunta la Mission.

Prima Settimana

Durata: 7 gg. (9/15 marzo)
Livello di gioco: Facile
Premiazione finale: Si
Costo: Zero euro
Location fuori porta: Nessuna
Action Day: nessuno
Week end di gara collettiva: nessuno
Raduno: nessuno
Ambito del gioco: Web e città di Napoli
Titolo dell’Episodio: L’Isola

Come vi spiegherà anche Jack, in questa settimana dovrete provare ad essere amici.
Si gioca da soli. Ma bisogna collaborare. Perché solo tutti insieme potrete raggiungere la Mission stabilita.
Da domenica, se l’obiettivo sarà centrato, e se avrete voglia di continuare, si potranno finalmente formare le squadre.
Non c’è limite ai Team. Ma dovrete essere almeno in due, per andare avanti.
Il Gioco viene assicurato se si iscriveranno almeno quattro squadre.
Le Regole della SECONDA PARTE verranno comunicate, come detto, domenica 15 marzo. E sempre su questo sito.
Il costo per la seconda parte è di 10 euro a testa.
Un meraviglioso regalo di Gialli.it.

Ecco la vostra mission

Mettiamola così: se Jack fosse un gioco da spiegare a un deficiente basterebbe dire ‘è una caccia al tesoro’ e ciao ciao.

In fondo è stata una ‘caccia al tesoro’ anche la ricerca del Graal, o i secoli gettati a cercare Atlantide, gli Ufo. Majorana, o il sosia di Paul McCartney. Hanno giocato a cercar tesori gente come Indiana Jones, e William Legrand quando si convinse che il crittogramma de Lo Scarabeo d’Oro gli avrebbe cambiato la vita. Dylan Dog cerca tesori. Hitler cercava tesori. Nel curioso manoscritto Voynich forse c’è l’indicazione di un tesoro. E anche Giuseppe Balsamo, meglio conosciuto come Cagliostro, e Raimondo de Sangro, noto come il Principe di Sansevero, cercarono, in un’esistenza puntellata da truffe e inganni, un tesoro impossibile: la vita eterna.

Quindi, ok. Stiamo cercando un tesoro.

Nel caso specifico si tratta di una strana storia. Raccontata proprio a Jack da “un tizio che conoscevo appena”.

Cercheremo quella. Perché imparare a conoscere una Storia avvicina l’uomo a dio. Perché riuscire ad ascoltarla potrebbe cambiare la vita di molti.

Quelli che sono interessati all’immortalità. Intendo.

Ovviamente per conoscere questa Storia, e se più banalmente vi fa piacere vincere PESTENERA edizione ‘speciale’ di Jack, bisogna sapersi orientare tra i documenti e il materiale che altri, prima di voi, hanno studiato e analizzato. E, magari, evitare di urtare la suscettibilità di coloro che quella storia stanno tentando di capirla da settimane. Ma non ci scoraggiamo e proviamo ad andare per ordine.

La mission è di una semplicità sconcertante.

Per entrare nella nostra storia bisogna cominciare a trovare ciò che proprio Antonio Scattero, nella sua Prima Lettera, vi suggerisce.
Come fare a seguire il ‘consiglio’ di Jack? Cazzi vostri. Avete un po’ di tracce, seguitele. Non è difficile, fidatevi. Ma ricordatevi che non avete molto tempo. Jack dice a chiare lettere: “Avete una settimana di tempo, credo. Poi questa storia, e di questo sono certo, verrà cancellata per sempre”.

Tenete presente queste parole e datevi da fare.

Se entro domenica nessuno avrà messo insieme l’inizio della Storia il Gioco verrà fermato e cancellato. Per sempre.

 

 

Un gioco chiamato Jack

Jack è un gioco creato nel 2007 da un giornalista argentino, di origini italiane, di nome Antonio Scattero.

L’obiettivo di partenza fu quello di riportare all’attenzione dei giovani la tragica vicenda dei desaparecidos argentini e delle madri di Plaza de Mayo.

Utilizzare un gioco per affrontare un argomento così doloroso e delicato fu un argomento molto discusso dalle aziende cui fu proposto il format, poi la società inglese Mystery Games, con sede a Ripon (North Yorkshire), e diretta dai coniugi Boehmer e Richard Fields, decise di accettare la sfida e Jack venne presentato in anteprima assoluta a circa trecento ragazzi che in Italia scelsero di parteciparvi.

Il gioco, organizzato dalle sede italiana di Mystery Games, diretta da Irene Ricci, fu affidato a Ciro Sabatino. Napoletano, esperto di urban e mind games.

Fu un successo.

Alla prima edizione ne seguirono altre due. Che però non ebbero la stessa forza della prima. Per un motivo molto semplice. Le dinamiche della storia, inizialmente molto definita e riconoscibile, finirono per confondersi con la realtà. E anche gli stessi personaggi, interpretati da degli attori professionisti, persero la loro leggibilità e diventarono reali. Sottoponendo i partecipanti al gioco ad un sforzo di razionalità che alla lunga non resse.

E’ sempre difficile accettare che il personaggio di un romanzo possa diventare reale, entrare nella vita di ogni giorno, averne una tutta sua, di vita.

Il caso più eclatante fu proprio quello del protagonista del gioco: Antonio Scattero, detto Jack.

Da tredici anni, un numero non irrilevante di persone, è ancora convinto che esista, e che svolga una vita normale, da qualche parte del mondo.

A nulla sono valse le dichiarazioni di Irene Ricci, proprietaria della società produttrice del gioco. Jack è ormai uno dei 7,125 miliardi di abitanti di questa terra. Capace di amare e tradire. Di ordire trame e di salvare il mondo da una delle tante minacce incombenti che da secoli mettono a dura prova la sua sopravvivenza.

Neanche la sua morte, avvenuta nel dicembre del 2010, ha fermato la sua febbrile attività su questa terra.

Jack è un cane sciolto, una scheggia impazzita, una mina vagante. Un fantasma. L’unico uomo al mondo che lavora nella convinzione assoluta che se si riuscisse a trasformare la verità in un gioco, nessuno potrà avere più paura di aprire la porta e andarsene a passeggiare vicino al mare.

Quella che vi presentiamo in queste pagine, è una guida per giocare a Jack nel modo giusto. Nella speranza che alla fine di questa lettura vi convinciate che Antonio Scattero non esiste. E che quello che vi accadrà nelle prossime settimane è solo una sequenza di banali coincidenze, casualità, equivoci, sensazioni sbagliate.

Nulla è reale. Neanche voi.

Napoli, un gioco contro la paura

C’è il coronavirus, bisognerebbe stare chiusi in casa, e Napoli si inventa il primo interactive game contro la paura. Un gioco online, della durata di un mese, per entrare in una storia, perdersi, e accorgersi che quel racconto rischia di diventare realtà.
Si gioca da casa, almeno per la prima settimana, di fa amicizia, si collabora, poi la storia entra nella vita dei partecipanti, e li coinvolge in una caccia serrata ad un misterioso personaggio: Antonio Scattero, detto Jack. Arrivato a Napoli da poco, con un segreto incredibile.
Insomma, il primo gioco/reazione alle paure di questi giorni. Un modo diverso di aggregare persone, e alleggerire la tensione da covid19.
Si parte lunedì 9 marzo e si va avanti per un mese. La prima settimana servirà a conoscere l’intera storia e a decidere se andare fino in fondo.
A realizzare il progetto è un esperto di giochi interattivi di successo. E anche il direttore di Gialli.it. Ciro Sabatino, creatore di Jack e The Game.
Coinvolti decine di attori professionisti e gente insospettabile. Il gioco parte in ‘solitaria’, poi spinge i partecipanti a calarsi nella Napoli Nera, in location bellissime e sorprendenti.
Ci si può iscrivere in squadra, in coppia o da soli. Conta solo avere curiosità e spirito d’avventura.
In poche ore già un centinaio di partecipanti. Per iscriversi basta cercare Ciro Sabatino su Fb e chiedergli l’amicizia. Con un ok, sarete dentro.