Quando uccisero Petrosino

12 marzo 1909. Piazza Marina. Palermo. 4 colpi di pistola uccidono il detective italo-americano Joe Petrosino. Due sicari mafiosi gli sparano alle spalle, lasciandolo riverso ai piedi del cancello di Villa Garibaldi a pochi passi dal Caffè Oreto. Il ristorante dove aveva appena finito di cenare.
Nella giacca ha un orologio d’oro da taschino, soldi e alcuni biglietti da visita con scritto: Giuseppe Petrosino. Polizia di Nuova York. Nessuna pistola. Ma tra gli effetti personali rinvenuti sul cadavere, c’è anche un pezzetto di carta con scritto, a penna, il numero 6821 e molte buste contenenti vari indirizzi riferibili alla città di Palermo. Mai verificati.
Così, oltre un secolo fa, la mafia si vendicava per la prima volta di un uomo di stato perché si era avvicinato troppo alla verità.

Giuseppe/Joe Petrosino era tornato in Italia dopo 36 anni di vita da emigrato in America, per indagare sui possibili legami tra capibastone siciliani e boss americani.
Da quando all’età di 23 anni aveva indossato la divisa da poliziotto con il distintivo numero 285, la sua lotta contro la criminalità organizzata di Little Italy non si era mai fermata.
Lui, Giusè, che aveva lasciato la sua Padula in provincia di Salerno a 13 anni per seguire la famiglia in America, che aveva lavorato come strillone e  lustrascarpe, che aveva imparato l’inglese con un corso serale, era l’unico in grado di poter fare da tramite tra la polizia di New York ed il numero sempre crescente di immigrati italiani che arrivavano nel Nuovo Mondo e che, spesso cadevano nelle trappole della criminalità.
Petrosino non voleva solo boicottare i traffici delle bande malavitose, voleva circoscriverle, impedire che si organizzassero in forme più complesse e che arrivassero a contaminare ambienti sempre più alti. Come quelli politici. Era onesto, giusto. E pretendeva onestà e giustizia. Per sradicare il problema alla radice, però, era necessario tornare in Italia ed andare in Sicilia. Solo  sull’isola si sarebbero potute trovare le prove che avrebbero incastrato e fatto immediatamente rimpatriare i boss più influenti come Vito Cascioferro, Ignazio Lupo, Joe Morello.

Viaggio in Italia
L’autorizzazione  per la missione in Italia arriva dal Capo della Polizia Americana Bingham, nel 1909. Petrosino ha 49 anni. Da poco si è sposato ed ha avuto una bambina, Adelina. Quella è la missione che il detective aspetta da tutta la vita. Il 9 febbraio 1909 in via del tutto segreta, il poliziotto italo-americano si imbarca sul battello Duca Di Genova e parte per l’Italia stringendo tra le mani una borsa portadocumenti piena di liste di nomi su cui fare ricerche o da contattare. Durante il viaggio ha modo di inviare un telegramma al fratello Michele che, in quel periodo, era ritornato a Padula. Vuole fargli sapere che sta arrivando dall’America e che passerà per il paese natale. Per motivi di sicurezza si firma Giuseppe Di Giuseppe.
Arrivato in Italia si ferma prima Genova, poi Roma. Nella capitale prende contatto col Capo Gabinetto del governo Giolitti Camillo Peano e, successivamente, con il capo della Polizia Francesco Leonardi. Quest’ultimo gli consegna una lettera diretta a tutti i questori della Sicilia per agevolare il suo soggiorno e le sue indagini.
Nella stessa giornata del 27 febbraio Petrosino lascia Roma e prosegue per la Campania diretto a Padula dove arriva intorno alle ore 13.53.
Ormai a quell’ora in paese si è già diffusa la notizia del ritorno a casa dell’illustre compaesano. In molti escono dalle case per vedere compà Giusè. In molti vogliono parlargli o anche solo stringergli la mano. Di Petrosino hanno appreso le gloriose imprese attraverso le lettere dei familiari emigrati. Quelle imprese, a Padula, si sono trasformate in vere e proprie leggende.

A casa di compà Giusè.
Il fratello Michele lo accoglie nella casa dove avevano vissuto da bambini. Ha preparato un pranzo di benvenuto in suo onore ed è contento di averlo di nuovo così vicino. Come quando in America avevano condiviso la stessa stanza in una piccola pensione per ben 4 anni, prima che ognuno prendesse la sua strada. L’orologio a pendolo posto sopra la tavola della stanza da pranzo non segna ancora le due e mezza che la famiglia riceve una visita inaspettata: è un amico, un vicino di casa, arrivato con un giornale sotto al braccio. Il titolo in prima pagina riporta a caratteri cubitali la notizia del viaggio di Joe Petrosino in Italia. E’ un duro colpo per il poliziotto. Fino a quel momento era assolutamente certo dello stato di segretezza della sua missione. Il fratello Michele lo prega di rimandare la sua discesa in Sicilia. Invano.
Quella a Padula sarà per Petrosino una notte insonne: chino sulla sua scrivania il poliziotto tenta di rimettere insieme i tasselli di quella strana “soffiata”. Vuole capire. Tentare di individuare il nome della talpa, dell’uomo che lo ha tradito.
Solo dopo si scoprirà che a svelare la missione di Petrosino in Italia è stato lo stesso capo della Polizia Bingham. L’uomo aveva concesso un’intervista ai giornalisti americani forse sperando in un pizzico di pubblicità. Ma la soffiata, dice Petrosino a suo fratello, potrebbe anche essere partita contemporaneamente dall’Italia. Ormai la missione è compromessa. Ma non si può più tornare indietro.

Palermo. Missione impossibile.
Joe Petrosino arriva a Palermo con il Postale partito da Napoli il 28 febbraio. La prima tappa è l’archivio della Polizia. I fascicoli contenenti le informazioni che cerca sono completamente vuoti. La missione da “compromessa” diventa “impossibile”. Eppure senza neanche un passo indietro il poliziotto continua a svolgere indagini anche fuori dal capoluogo. Fino alla notte del 12 marzo. Il suo sarà un calvario di omertà e reticenza. Ma anche di errori e ingenuità. In Sicilia Petrosino si fida delle persone sbagliate e sarà ucciso da due uomini che si erano finti informatori.
L’autorità di cui è investito non serve a salvarlo. Forse perché non ha fatto i conti con i più forti interessi che l’“Alta Mafia” era arrivata a difendere in quella fase di ascesa al potere internazionale.
I suoi parenti vengono allontanati da Padula e nascosti in un luogo segreto, probabilmente in California, per paura di ulteriori ritorsioni. Si è diffusa la voce che qualcuno volesse sterminare l’intera famiglia. La figlia Adelina verrà a sapere la vera identità del padre solo all’età di otto anni leggendo i fumetti ispirati alle sue imprese.

Dopo oltre cento anni la Sicilia lo ricorda con una statua. Per non dimenticare un eroe lasciato solo e molti interrogativi ai quali ancora non è stata data una risposta.

Napoli, un gioco contro la paura

C’è il coronavirus, bisognerebbe stare chiusi in casa, e Napoli si inventa il primo interactive game contro la paura. Un gioco online, della durata di un mese, per entrare in una storia, perdersi, e accorgersi che quel racconto rischia di diventare realtà.
Si gioca da casa, almeno per la prima settimana, di fa amicizia, si collabora, poi la storia entra nella vita dei partecipanti, e li coinvolge in una caccia serrata ad un misterioso personaggio: Antonio Scattero, detto Jack. Arrivato a Napoli da poco, con un segreto incredibile.
Insomma, il primo gioco/reazione alle paure di questi giorni. Un modo diverso di aggregare persone, e alleggerire la tensione da covid19.
Si parte lunedì 9 marzo e si va avanti per un mese. La prima settimana servirà a conoscere l’intera storia e a decidere se andare fino in fondo.
A realizzare il progetto è un esperto di giochi interattivi di successo. E anche il direttore di Gialli.it. Ciro Sabatino, creatore di Jack e The Game.
Coinvolti decine di attori professionisti e gente insospettabile. Il gioco parte in ‘solitaria’, poi spinge i partecipanti a calarsi nella Napoli Nera, in location bellissime e sorprendenti.
Ci si può iscrivere in squadra, in coppia o da soli. Conta solo avere curiosità e spirito d’avventura.
In poche ore già un centinaio di partecipanti. Per iscriversi basta cercare Ciro Sabatino su Fb e chiedergli l’amicizia. Con un ok, sarete dentro.

6 marzo 1918, Triangolo delle Bermude

Partì un pomeriggio. Poco più di un secolo fa. Il pomeriggio del 4 marzo 1918.
A bordo 309 persone. Marinai, civili, agenti di viaggio, consoli, e finanche tre assassini. Una folla di gente che salutò le Barbados dal ponte di una carboniera battente bandiera americano. Una nave militare, insomma, che trasportava manganese grezzo, al comando di un ex ufficiale tedesco.
Era diretta a Nord la nave dei Ciclopi. O, se la vogliamo dire bene, la USS Cyclops (AC-4) classe Proteus, gioiello della marina degli Stati Uniti.
Tutti felici e contenti. Si tagliava il Mar dei Sargassi col vento in poppa, e la voglia di goderselo tutto, quel viaggio fra Antille e Azzorre, accarezzato già da Colombo e Jules Verne.

400 metri dalla costa, e il gigante da 400 tonnellate effettua una improvvisa e inaspettata inversione a U e se ne va verso sud. Verso quel maledetto Triangolo che incrocia la Florida, Porto Rico e l’arcipelago delle Bermude. Sembra una beffa. Sfidare una leggenda. Perché? Due giorni di navigazione e il Cyclops sparisce nel nulla. Pop. Puff. Lo cercano per mesi. Non salta fuori nemmeno un rottame. Niente. Neanche un messaggio in una bottiglia. Nulla. 400 tonnellate svanite come fosse una barchetta di carta.

Era il 6 marzo 1918. 102 anni fa. Il giorno in cui il Triangolo delle Bermude si prese il titolo di Triangolo della Morte.
Hanno scritto libri, e costruito film. La leggenda nera dell’Oceano Atlantico racconta di un centinaio tra navi e aerei scomparsi, compresa un’intera squadriglia di bombardieri americani. Era il 5 dicembre 1945.
Dopo, molti anni dopo, tutti si convinsero che il Triangolo non aveva nulla di straordinario rispetto ad altre zone dell’oceano: «La percentuale di aerei che scompaiono in quell’area è la stessa di quelli scomparsi in altre aree del pianeta». Niente misteri, niente alieni, niente segreti, dunque.
Ma a noi piace ricordare questo strano 6 marzo, e quella nave di marinai, civili, agenti di viaggio, consoli, e finanche tre assassini, che scomparve nel nulla, facendo nascere una leggenda infinita e indimenticabile.

 

Il Fantasma di Agatha Christie

Ci mancava anche lo spettro della Regina del Delitto ad agitare queste settimane convulse di paure e pestenera. Ma tant’è. La notizia arriva niente di meno che da Torquay, la piccola cittadina nella Contea di Devon, che diede i natali ad Agatha Christie.
Nel museo cittadino, che conserva una preziosa collezione di tutte le opere della scrittrice, e molti dei suoi ricordi d’infanzia, da qualche giorno i dipendenti sono in ansia. “Volano libri”, dicono. E a lanciarli sarebbe lo spettro di dame Agatha in persona.

Inutile dire che la notizia ha fatto il giro del mondo, strappando sorrisi e ironia, che forse, nei giorni della grande paura da Covid19, non ci stanno nemmeno male. Però dal Museo insistono. I fenomeni si ripetono, e c’è poco da ridere.
I fatti sono cominciati qualche settimana fa. A metà febbraio il personale del Museo ha cominciato a vedere volantini e libri che cadevano dalle scrivanie e dagli scaffali senza alcuna motivazione. Niente vento, nessun terremoto. “I libri vengono scagliati contro i visitatori della biblioteca – dicono al Museo – e partono tutti da alcuni scaffali che sono posti sotto una antica scala realizzata con delle assi di legno recuperate durante la demolizione di Ashfield, sulla quale, da giovane,  giocava la Christie.

La notizia appare sui giornali locali, ma nessuno prende troppo sul serio le dichiarazioni dei dipendenti. E loro si difendono e insistono. “Non è uno scherzo – dice addirittura la direttrice del Museo – volano libri, e sono sempre e solo quelli della collezione della Christie. Abbiamo testimoni, e i racconti della gente colpita dai volumi”. E come se non bastasse, partono le prime pubblicazioni di video su youtube.
Negli ultimi giorni i fenomeni sono aumentati, e non si esclude l’arrivo di qualche ghostbuster pronto ad affrontare dame Agatha su un territorio pericoloso: la fantasia. E con la Signora del Delitto, si perde. C’è poco da fare.
In tutti i casi vi terremo aggiornati.

Witches, la mappa delle streghe

Sarà che ormai siamo abituati alle mappe con le ‘zone rosse’ e gli untori della pestenera (leggi Covid19), sarà che siamo a un passo dall’8 marzo (Festa delle Donne), ma una delle notizie più curiose del web, in questi giorni, è l’interesse morboso per la Mappa delle Streghe creata dall’Università di Edimburgo meno di un anno fa, e diventata virale proprio in questo periodo.

Il progetto partì a settembre scorso. Un gruppo di studiosi decise di mappare la posizione geografica di residenza di ogni strega accusata in Scozia, e farne un enorme database interattivo. Venne fuori una cartina con storie, date, e nomi di 3212 streghe processate in Scozia dal 1550 al 1750. Tutte segnalate con un puntino rosso, per un totale di 821 posizioni, sparse sull’estremità settentrionale della Gran Bretagna, in uno dei periodi più bui della nostra storia.
La mappa combina i dati di un precedente progetto indicato come Survey of Scottish Witchcraft con una serie di nuove scoperte emerse da una quantità infinita di documenti storici. Ad ogni posizione tutti i dettagli del processo e le ‘motivazioni’ che mossero gli inquisitori nella loro delirante persecuzione.
Naturalmente si parte dal periodo in cui il parlamento scozzese dichiarò la stregoneria un reato capitale (1563) e si va avanti per i due secoli del ‘panico satanico’ scatenato da re James il sesto, convinto di essere vittima della stregoneria dopo aver rischiato di morire in una tempesta che lo colse durante un viaggio in nave da Copenaghen alla Scozia. Quanto tornò scatenò la prima grande caccia alle streghe che non si arrestò neanche dopo la sua morte.

L’ultima strega processata e giustiziata in Scozia fu Janet Horne. Era il 1727. L’ultimo puntino rosso della mappa interattiva “Witches”, che ora sta facendo il giro del web, come fosse una cartina dei contaminati dal Coronavirus.

Per chi fosse interessato ecco il link.

Svelato il segreto di Plougastel-Daoulas

Plougastel-Daoulas è un piccolo paesino a pochi passi da Brest. Poco più di diecimila abitanti, un’antica abbazia, e una infinita campagna che si infila nell’Oceano Atlantico.
Qualcuno lo conosce per le 181 figurine del Calvario in granito grigio che fu realizzato agli inizi del Seicento, altri per le fragole più buone della Bretagna. Ma da alcuni anni il villaggio sulla rada di Brest è diventato famoso per una misteriosa iscrizione che ha attirato in paese centinaia di crittografi, e appassionati di messaggi in codice.

La storia è cominciata nel 2015, quando in una grotta sul mare, accessibile solo con la bassa marea, è spuntata una parete con 20 righe di testo e pittogrammi.
Alla fine dell’iscrizione due date: 1786 e 1787. Gli anni in cui su tutta la costa si innalzavano fortezze e batterie di artiglieria.
Naturalmente archeologi ed esperti hanno tentato subito di decifrare l’iscrizione. Senza però capire bene se si trattasse di basco o bretone. Fatto sta che gli studi non hanno portato a nessun risultato soddisfacente, e l’anno scorso il Comune di Plougastel-Daoulas ha deciso di lanciare una specie di concorso. Duemila euro a chi fosse stato capace di decifrare il codice. Una vera e propria sfida a linguisti, storici, archeologi, crittologi, appassionati di enigmi del passato. La frase è più o meno questa: “ROC AR B…DRE AR GRIO SE EVELOH AR VIRIONES BAOAVEL”. E tra le righe c’è il disegno di una nave con le vele spiegate. Un codice segreto, o un clamoroso scherzo?
Ieri, finalmente, la soluzione. Su 61 risposte due studiosi, Noël René Toudic, un insegnante inglese laureato in studi celtici, e Roger Faligot, uno storico del posto, hanno realizzato che il testo è una sorta di epitaffio funebre: “Serge è morto quando, senza abilità marinare, la sua barca è stata rovesciata dal vento. Era l’incarnazione del coraggio e della gioia di vivere”. Fin qui nessun mistero. Una frase che è un omaggio ad un amico morto. Poi, il colpo di scena. Nelle ultime righe, secondo i due studiosi, il messaggio recita: “Con queste parole vedrai la verità”. Che significa?
Insomma, il mistero continua, e non sono bastati 230 anni per arrivare a svelarlo del tutto.

Cinquant’anni fa, Passeggero per Francoforte

Definire la Regina del Delitto la ‘madre del complottismo’ può sembrare eccessivo, eppure proprio cinquant’anni fa la Regina del Delitto pubblica un romanzo, senza Poirot, e senza Miss Marple, che in qualche modo apre il campo ad un teoria che poco dopo avrebbe invaso il mondo.
Il romanzo è Passeggero per Francoforte. La data è il 1970. La Collins, casa editrice londinese, lo pubblica in occasione dell’ottantesimo compleanno dell’autrice.
Si tratta di un mix perfetto tra   Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock e La cruna dell’ago di Ken Follett. La trama è facile facile. Un giovane e annoiato diplomatico inglese, sir Stafford Nye, viene avvicinato da una donna misteriosa mentre,  nell’aeroporto di Francoforte, è in attesa del volo per Londra.

La donna gli chiede il suo mantello, e il suo passaporto, per sfuggire ad una persona che vuole ucciderla. Il cambio di identità trascinerà Stafford in un un intrigo internazionale relativo alla presunta morte di Hitler.
La storiellina sembra camminare sui binari classici dei gialli della Christie, ma sorprende il viaggio (e le considerazioni) di dame Agatha nell’universo delle contestazioni studentesche di quegli anni. Agatha Christie non sembra avere dubbi: dietro ai movimenti giovanili di allora, si agita il potere finanziario e politico internazionale e l’ombra del neonazismo.
Già all’uscita la scrittrice venne perdonata. Era una vecchina di ottant’anni che stava reagendo male agli anni della rivolta studentesca e dei figli dei fiori.
Ma è un dato che le teorie del complotto si stavano facendo spazio nelle menti di molti scrittori dell’epoca. Secondo molti il complottismo nasce nel 1964. Subito dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. E fu una risposta ai lavori della Commissione Warren che affrontò il caso proprio a ridosso della fine degli anni Sessanta.
Agatha Christie, è a tutti gli effetti la prima scrittrice che introduce in un suo romanzo le teorie complottistiche di cui si parla tanto in questi anni. Bisognerà aspettare il 1975 per vedere pubblicata la Trilogia degli Illuminati, di Robert Shea e Robert Anton Wilson, considerata la prima opera indiscutibilmente costruita sulla Teoria del Complotto.

Dieci Piccoli Napoletani

Napoli, una filastrocca, dieci misteriosi sparizioni, e una strana telefonata. E’ tutto partenopeo l’omaggio a dame Agatha Christie firmato dal giornalista Antonio Vastarelli, e che gioca col capolavoro della Regina del Delitto.
In città se ne parla da mesi: Dieci Piccoli Napoletani, pubblicato da Fanucci nella collana Nero Italiano, piace e intriga.
Si tratta di un romanzo d’esordio, ma il riferimento ai Dieci Piccoli Indiani in salsa napoletana, funziona e fa volare l’ultimo giallo di quella che ormai possiamo tranquillamente definire la ‘scuola napoletana’, fondata da Matilde Serao, resa famosa da Attilio Veraldi, e imposta definitivamente, al grande pubblico, da Maurizio De Giovanni.
Vastarelli, classe ’69, laureato in Giurisprudenza e giornalista professionista, è un redattore di una testata storica napoletana (il Mattino), ma è anche un appassionato di musica. Ed è proprio il jazz, a dare i tempi e i ritmi al suo primo romanzo, che svela una Napoli nera, “bellissima e indolente”, e la sua borghesia decadente “tenuta insieme da diversi interessi criminali”.
Noi di Gialli.it leggeremo a breve il romanzo e lo recensiremo. Ma intanto segnatevelo: Dieci Piccoli Napoletani, il nuovo thriller della Fanucci, anche in formato Kindle.

Passeggeri Notturni

Dieci clip per tredici minuti di mistero. E sullo sfondo la Bari di Carofiglio, e i grandi interpreti del cinema italiano. Bel colpo, quello messo a segno da Rai Play. Una fiction in esclusiva, sulla piattaforma streaming più seguita degli ultimi mesi, tratta da un gran bel noir d’autore: “Non esiste saggezza” firmato ovviamente da Gianrico Carofiglio, e prodotto per poter diventare un unico film in onda venerdì 20 marzo 2020 sempre per gli spettatori di Rai Play. Stiamo parlando di Passeggeri Notturni, la mini serie con Claudio Gioè partita qualche giorno fa, e che sta giù diventando un piccolo cult per gli appassionati del genere.
Protagonista la notte, una radio privata, le storie ‘intime’ degli ascoltatori e una strana telefonata , che cambierà la vita dello speaker di RadioFuturo, Enrico, il bravissimo Caludio Gioè. Dall’altra parte del ‘filo’ Sabrina, (Marta Gastini), e un segreto tutto da svelare.
Nel cast anche Gian Marco Tognazzi e una splendida Nicole Grimaudo. Soggetto di Carofiglio con Salvatore De Mola, che firmano anche la sceneggiatura insieme a Claudia De Angelis e Riccardo Grandi, il regista della serie.
Non perdetevela. E’ un noir italiano di qualità, che merita di essere visto.

LOTR, spie sul set

E in rete parte Spy Report, il tam tam mediatico per condividere foto rubate sul set della serie Tv Il Signore degli Anelli, il kolossal da un miliardo di dollari targato Amazon.

Le riprese sono cominciate da alcune settimane. La location la conosciamo da tempo. Si tratta di Auckland, la “città delle vele” nel nord della Nuova Zelanda. O meglio, si tratta dei 67 acri, appena fuori il cittadone creato sull’omonimo istmo.
Un’area infinita dove sono stati allestiti i Kumeu Film Studios e dove oltre 1000 tra tecnici, attori e figuranti, stanno lavorando da mesi.
Naturalmente, all’arrivo dei primi tir, e dei camper della produzione, il mondo degli appassionati di Tolkien è andato in fibrillazione.
Area completamente top secret. Abitanti costretti a firmare un accordo di riservatezza, e smartphone totalmente banditi. Come si fa?
Facile: creando una rete di spie. Ragazzi del posto disposti a filmare e fotografare qualsiasi movimento, magari anche usando droni, e postando le ‘esclusive’ in tempo reale.
E’ così che è nato Spy Report. La risposta nerd alla segretezza imposta dalla produzione e dallo stesso Juan Antonio Bayona, regista del pilot della serie.
“Quanti di voi hanno familiarità con le caratteristiche fisiche in quest’area? Potete dirci la superficie del terreno, quali tipi di alberi, il pendio dell’elevazione? Ma soprattutto se qualcuno nell’area di Auckland nota qualcosa di innaturale inviateci un’email a spymaster@theonering.net”. E il gioco è fatto.
Da oggi comincia ufficialmente la Guerra all’ultima immagine. Chi la spunterà?