Roma. Il Museo dei crimini

In un giorno di sole dalla stazione centrale ci arrivi a piedi. La strada è un po’ lunga. Ma è l’unico modo che hai per scoprire vicoli e stradine. Scorci e palazzi. Angoli di storia che respiri ad ogni passo, che si svela ad ogni passo. E ed ogni passo che ti avvicina ai quartieri storici respiri l’odore del mistero, del giallo, della cronaca che avvolge tutta la città.
Piazza dei Cinquecento. Via Caetani. Via Nomentana, Via Poma, Olgiata. Piazza San Pietro. I luoghi di Pierpaolo Pasolini. Aldo Moro. Rino Gaetano. Papa Luciani. Simonetta Cesaroni. La contessa Vacca Agusta. Morti sospette. Crimini insoluti.
Roma capitale è anche questo. E tutto questo e molto altro riesci a ritrovarlo nel suo centro storico. Quello un po’ defilato. Quello che devi conoscere e dove vai apposta.
La strada è un po’ lunga ma ne vale la pena.
Quando ti ritrovi davanti al palazzetto di Via dei Gonfaloni, 29.
Museo Criminologico nazionale.
Per visitarlo devi avere un permesso speciale. Conviene aspettare.
E’ un luogo mistico per gli amanti del genere. E’ la storia del crimine. Dal medioevo al Novecento. Una storia raccontata dagli oggetti, dagli strumenti di tortura, dai reperti, dagli effetti personali. Quelli di chi i crimini li ha commessi e quelli di chi li ha subiti.
E’ il luogo dei luoghi. Di quelli del crimine. Hotel Rebecchino. Villa d’Este. Idroscalo di Ostia. E molti altri.
In nessun altro posto puoi sentirti così vicino al primo omicidio politico, quello di Umberto I, guardando gli effetti personali di Gaetano Bresci. O alla follia omicida di Leonarda Cianciulli, “la saponificatrice di Correggio” che tagliava a pezzi le sue vittime e ne faceva saponi e dolcini che offriva ad amiche e parenti. In nessun altro posto hai la possibilità di vedere l’anello con la pietra rossa “United States Army” ritrovato all’Idroscalo di Ostia o le pistole, tra cui un’automatica tipo Browning, cal. 7,65 mm, che Pupetta Maresca il 4 Agosto 1955 scaricò contro l’assassino del marito ed entrò nella storia come la prima donna di camorra.
Crimini, personaggi, oggetti, storie. Tante storie. Imperdibile il baule della spia. Recuperato, dopo una fuga, dai finanzieri dell’aeroporto di Fiumicino nel 1964, il baule volava da Londra diretto al Cairo. Al suo interno un contenuto speciale. Un uomo, piccolo di statura, seduto su un seggiolino, legato con cinghie e avvolto da coperte e cuscini. L’omino di professione fa la spia al soldo degli arabi che lo hanno narcotizzato per portarlo clandestinamente in Egitto e fargli fare il suo mestiere.
Storie. Criminali. Quelle del Novecento e quelle dell’Ottocento. Degli studi di Lombroso. Dei crani e degli effetti personali di briganti ed assassini utilizzati per gli studi di antropologia criminale.Storia dei crimini vissuta attraverso le armi e l’evoluzione della polizia scientifica.
Storia dei furti rivissuta attraverso tutti i reperti e gli oggetti d’arte recuperati o confiscati dall’autorità giudiziaria. Storie di falsi. Quelli d’autore, esposti in una sala dedicata.
Storie del medioevo. Dell’inquisizione e delle torture. Li trovi tutti gli strumenti. Esposti al piano terra. La vergine di norimberga, il collare spinato, la mordacchia (una specie di briglia da cavallo n.d.r.) usata per punire streghe e donne calunniatrici, la gogna, il banco delle fustigazioni.
Tante storie.  Attraversi quei corridoi silenziosi restando incantato ed incollato ai vetri. Sentendoti parte di quelle immagini di queste storie. Sentendoti per un paio di ore  catapultato in quel momento. In quelle circostanze. In quelle vite. Solo per un paio d’ore. Ma ne vale veramente la pena. (CM)

A Venezia arriva George "Zombie" Romero I segreti del suo film cult. Quarant'anni dopo

In Laguna arriva il papà degli zombi e una spruzzata splatter investe l’edizione numero 66 della Mostra del Cinema di Venezia. A settembre, infatti, a sfilare sul red carpet della maggiore kermesse italiana dedicata al cinema saranno ben quattro i registi col pallino dell’horror. Quattro filmaker  (Joe Dante, la coppia Jaume Balaguero e Paco Plaza, e George “Zombie” Romero) e tre pellicole da brivido (The Hole, Rec 2, e Survival of the Dead) per una Venezia rosso shocking.
Noi abbiamo puntato sull’ultima, quella del mitico George Andrew Romero, per farci una passeggiata nei ricordi e riaccendere le luci sul cimitero della Pennsylvania dove Barbara e Johnny incontrarono il primo zombie della storia del cinema. Un cult.
di FRANCESCO DONATI
Zombie significa “morto vivente”. E’ un termine che arriva da Haiti e c’entra qualcosa con il Vudù.
Nel Mar dei Caraibi non scherzano quando parlano di queste cose. Alcuni sacerdoti (Houngan o Bokor), dicono, sono in grado di fregarti una parte dell’anima, infilarla in una specie di frigorifero che si chiama “letargia”, e al momento opportuno risvegliare il piccolo angelo guardiano (che sarebbe la parte dell’anima che ti hanno soffiato) e trasformarti in uno zombie.
Detta così sembra facile. Nel senso che se uno si mette d’impegno forse ci può pure riuscire. Ma la procedura è lunga e complessa e sconsigliamo qualsiasi imbarazzante tentativo di provarci.
Se avete voglia di zombie, se vi piace il sangue che schizza da tutte le parti, gli occhi fuori dalle orbite e i cuori sanguinolenti che saltellano sul selciato della vostra immaginazione malata, sparatevi un po’ di film di George Romero e dovreste ritornare tranquilli.
Lui, classe 1940, figlio di un cubano e di una lituana, nato nel Bronx e trapiantato a Pittsburgh, è il papà degli zombie movie e su questo “romantico” genere ci ha costruito un impero. Firmando una trilogia che ha incassato montagne di dollari ed è finita nel National Film Registry della Library of Congress come film “culturalmente, storicamente o esteticamente significativo”. Ma andiamo per ordine.
La notte dei morti viventi. 1968 e dintorni.
Il primo film dedicato ai morti viventi arriva nell’anno della contestazione giovanile.
Romero all’epoca è uno studentello della Carnegie Mellon University. Un’università privata di Pittsburgh, in Pennsylvania.  Un sacco di voglia di fare e neanche una lira in tasca.
Questa storia dei soldi che non ci stanno mai lo accomuna ad un gruppo di colleghi dell’Università. Tutta gente talentuosa e squattrinata che decide di fare una colletta e girare un filmetto, rigorosamente in bianco e nero, che inizialmente si intitola Night of the Flesh Eaters. La notte dei mangiatori di carne!
Insomma i giovanotti mettono su la modica cifra di 10.000 dollari e si producono quello che diventerà un vero e proprio film di culto. La notte dei morti viventi.
Inutile dire che tutte le fasi della lavorazioni camminarono all’insegna del risparmio. Alle comparse (i terribili zombies) andò un dollaro ed una t-shirt ricordo sulla quale c’era scritto “I was a zombie on Night of the Living Dead”. Per la colonna sonora vennero scelti tutti brani i cui diritti erano ormai scaduti, e alcuni “finanziatori” del progetto (macellai e salumieri della Pennsylvania) misero a disposizione sangue e interiora per gli effetti speciali, o prosciutto arrosto e sciroppo di cioccolato (marca Bosco) per permettere a Romero di simulare la famosa scena degli zombies che divorano cadaveri in un camion bruciato.
Alla fine del 1969 il film era in testa alla classifica degli incassi del vecchio continente. Dieci anni dopo solo in America Romero e suoi amici avevano un conto in banca superiore ai 15 milioni di dollari.
Fare soldi con lo splatter.
Ma se rimane un mistero l’incredibile e immediato successo del film (la prima, solo su invito, si tenne al Fulton Theatre di Pittsburgh, Pennsylvania, il primo ottobre 1968.  E alla fine gli spettatori erano tutti in piedi ad applaudire), va riconosciuto a Romero di averle veramente tentate tutte le strade per correre veloce verso il successo.
Una delle più belle trovate legata alla pellicola e ideate dalla casa pubblicitaria Walter Reade Organization, fu quella di annunciare un’assicurazione di 50.000 dollari a favore di tutti quelli che sarebbero morti di infarto guardando il film al cinema. Inoltre, quando il film uscì in Italia, Romero si fece sostituire il nome in cartellone con quello di Kramer. “E’ più americano – disse – e la gente accorrerà più tranquillamente”.
La notte dei morti viventi fu un successo. E negli anni seguenti Romero ritorno ben cinque volte sui suoi amati zombie. Alla pellicola del ’60 seguirono Zombi (1978), Il giorno degli zombi (1985), La terra dei morti viventi (2005) e Le cronache dei morti viventi (2007).
E mentre lui e i suoi collaboratori macinavano soldi il genere ebbe un vero e proprio boom. Tanto che lo stesso Romero trascorse un po’ di anni nella sua vita a fare causa a tutti quelli che secondo lui stavano tentando di soffiargli l’idea.  Non ci fu niente da fare. Per un po’ di anni zombie doc e zombie “pezzotti” hanno vomitato sangue sugli schermi di mezzo mondo per  la gioia di milioni di fan. Fedelissimi che un paio di anni fa organizzarono anche la giornata dell’Orgoglio Zombie. Invadendo una Madrid incredula e divertita. Era il 4 febbraio 2007. Romero compiva sessantasette anni.
Ora Venezia lo accoglie tra le sue braccia per svelare al mondo il segreto dell’unica isola rimasta immune all’epidemia zombie. Per svelare Survival of the Dead. Non resta che aspettare.

"Ucciso in un bordello a Pigalle" La verità sulla morte di Miller

Sarebbe stato torturato e ucciso dai nazisti uno dei più grandi jazzisti di tutti i tempi. La rivelazione arriva in un libro in questi giorni distribuito in America. L’autore è Hunton Downs, il testo si intitola The Glenn Miller Conspiracy è getta una luce inquietante sulle ultime ore di Glen Miller il papà di Moonlight Serenade.
di CIRO SABATINO

Se una di queste notti vi capiterà di beccare il film lo vedrete morire in volo. Per un errore del cavolo. Mentre su un piccolo aereo si sposta da Parigi a Londra.
Ha gli occhi teneri di James Stewart, l’eleganza un po’ triste di una vecchia star di Hollywood.
E’ il classico film da notti d’estate. Quello da guardarsi da soli, per far passare il tempo e accendersi l’ultima sigaretta.
Lui, quello che si muove sullo schermo col cappotto grigio che nasconde il frac e il papillon, è Glenn Miller. Professione trombonista. Ma soprattutto jazzista. Uno dei più grandi di tutti. Nel film muore da eroe sfortunato. Nella vita, quella vera, in un bordello di Parigi. Sfiancato dalle torture di una squadraccia nazista che avrebbe voluto costringerlo a farli arrivare fino ad Eisenhower. Per ucciderlo.
L’ultima verità sulla misteriosa morte di uno dei grandi del jazz della fine degli anni ’30 è scritta in un libro che in questi giorni è su tutti gli scaffali delle librerie americane.  “The Glenn Miller Conspiracy” è firmato da Hunton Downs, l’uomo che ha passato una vita intera a tentare di capire cosa realmente accadde il 15 dicembre 1944. Cosa realmente accadde sul Noorduyn ‘Norseman’ C-64 che sorvolava la Manica in direzione Parigi.
Cinquant’anni per avere una risposta. Un conferma ad un dubbio che covava da sempre. Quella notte, su quel piccolo veicolo col muso diretto verso la Francia, Glenn Miller non c’era.  Per un motivo molto semplice. Perché il 15 dicembre 1944 nessun aereo si alzò in volo. Nessun aereo scomparve sull’Atlantico.
Il viaggio e l’incidente fatale se lo inventarono quelli del Sicherheitsdienst. Il Servizio segreto delle SS. Per giustificare la scomparsa dell’uomo che era stato incaricato dal governo americano  di trattare una tregua con i tedeschi. Per far finire la guerra.
Sweet Glenn. La strana morte di un eroe del jazz
Per chi non lo conoscesse, o per quelli che sono troppo giovani per ricordare, Alton Glenn Miller fu uno dei più amaticompositori e maestri d’orchestra degli anni d’oro dello swing. I suoi detrattori dicevano che era il padre dello “sweet”. Lo swing un po’ sdolcinato e commerciale che però riempiva i teatri e la sale da ballo. Quando arrangiò “In the mood”, o la splendida “Moonlight Serenade” ci fu poco da “detrarre”. Quei pezzi divennero la colonna sonora di un’epoca.
Nel ’42 fu il primo jazzista a portarsi a casa un disco d’oro per l’incisione di “Chattanooga Choo Choo”. Il brano vendette un milione di copie in meno di tre mesi.  E da quel giorno il Disco d’Oro è il premio più ambito di tutti i musicisti del mondo.
Qualche mese dopo si arruolò nell’aviazione militare americana. Due anni dopo morì in circostanze mai chiarite fino in fondo. Forse mentre volava tra Londra e Parigi.
Il mistero della sua morte è legato al fatto che il suo corpo e i resti dell’aereo (un Noorduyn ‘Norseman’ C64, di produzione canadese) su cui probabilmente viaggiava, non sono mai stati ritrovati.
Fu allora che cominciarono a circolare strane storie su una sua presunta missione segreta al servizio di Dwight David “Ike” Eisenhower. L’uomo che diventerà il trentaquattresimo presidente degli Stati Unita d’America.
Operazione Eclisse
“Era idolatrato dagli alleati, ma anche dai soldati tedeschi, mentre Himmler temeva che i suoi appelli potessero minare il morale delle truppe”. Downs non ha dubbi. “Era l’uomo giusto per l’Operazione Eclisse”.
Secondo lo scrittore, che in questi giorni ha presentato “The Glenn Miller Conspiracy”, il trombonista fu scelto dal governo americano per contattare, nel dicembre 1944, il comandante della Wehrmacht al quale doveva sottoporre una proposta di armistizio da parte degli Alleati. L’operazione venne chiamata OperationEclipse. Ed era stata studiata nei minimi particolari.
Miller doveva infiltrarsi nelle linee nemiche ed entrare in contatto con il comandante in capo dei nazisti per il settore ovest, Karl Rudolf Gerd von Rundstedt. Obiettivo: riuscire a concordare una tregua. Tentare di far finire la guerra con largo anticipo.
Cosa sia accaduto di preciso in quei giorni forse rimarrà per sempre un mistero, ma è probabile che quelli della Sicherheitsdienst, avuto sentore della missione, abbiano messo in atto un piano per bloccarla.
Il compito di fermare l’Operazione Eclisse fu affidato all’austriaco Otto Skorzeny, famoso per aver liberato Benito Mussolini a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, il 12 settembre 1943, con l’Operazione Quercia. Nella sua biografia Downs scrive che Skorzeny guidò il rapimento del musicista e che lo torturò per giorni in un bordello di Pigalle. “I tedeschi  – dice Downs – torturano Miller ed alla fine lo gettarono in strada davanti al bordello quando era già morto o ancora in coma”.
L’ultimo atto di Skorzeny fu spargere la voce che il musicista aveva avuto un infarto mentre era in compagnia di una prostituta.
Si chiude così l’ennesimo capitolo sulla strana morte di uno dei padri dello swing. A noi non resta che far partire Moonlight Serenade. Così. Tanto per accenderci l’ultima sigaretta di una qualsiasi notte d’estate.

Napoli, in scena la "Cronaca" di Gabo

Sarà come vivere sui luoghi dove uccisero Santiago Nazar. Sarà come essere testimoni di quel balletto degli equivoci, degli errori, delle superficialità e del destino che finirono per trasformare una vendetta privata in una “cronaca di una morte annunciata”.
Lo spettacolo, che va in scena da giovedì 16 all’Orto Botanico di Napoli nell’ambito della nona edizione del Festival Brividi d’Estate organizzato da il Pozzo e il Pendolo e diretto da Annamaria Russo e Ciro Sabatino, sarà tutto questo. Un viaggio nel magico mondo di Gabriel Garcia Marquez, ma anche un ingresso, in punta di piedi, nel mondo dei protagonisti di uno dei suo romanzi più belli.
Due le fasi dello spettacolo. Una comincia alle 20. Il pubblico verrà invitato ad entrare nel privato di tre degli artefici di quello strano omicidio. Li incontrerà in tre luoghi diversi dell’Orto Botanico e ascolterà le loro verità. Poi suoneranno le campane. E la seconda verità verrà “messa in piazza”. Inizia la seconda fase. Il pubblico verrà invitato a dirigersi verso la corte del castello, nel cuore del parco più bello di Napoli, e assisterà al confronto tra i protagonisti della storia. Ascolterà la seconda verità.
Insomma due spettacoli in uno per l’evento che festeggia i dieci anni de il Pozzo e il Pendolo.

Cronaca di una morte annunciata, Lo Spettacolo
Immaginifico, una storia in bilico tra la cronaca giornalistica ed il racconto surreale: Cronaca di una morte annunciata è tutto questo e molto di più. Il realismo fantastico del maestro columbiano guida con rigore cronachistico la telecamera della letteratura al centro di un ideale tribunale. Sul banco degli imputati un solo possibile colpevole: il caso o meglio il dolente rosario di tragiche fatalità sgranato con pazienza dal destino. Un disegno di morte annunciato, sbandierato con la sfacciata protervia che solo la paura può dettare, eppure ineluttabile. Un progetto di vendetta che chiede solo di essere demolito e giunge invece inesorabile a compimento. E lungo i sentieri tracciati con  meticolosa pazienza dal fato non ci sono vittime né carnefici, ma solo una cruda palpitante e varia umanità che interpreta con ostinata partecipazione il ruolo imposto dalla sorte. Da un testo così, che scandaglia con surreale leggerezza le infinite sfumature dell’anima, che sonda con ridondante e lucida ironia gli abissi della coscienza, bisogna stare attenti a non lasciarsi travolgere.
La scrittura monumentale di Marquèz è già teatro. Alle parole che pulsano, ai personaggi che schizzano fuori dalle pagine con una potenza che la vita non smetterà mai di invidiare alla letteratura, si deve solo, con umiltà, fare spazio e in punta di piedi abbassare le luci perché si apra la scena. Noi abbiamo provato a farlo.
Lo spettacolo, diretto da Annamaria Russo e Ciro Sabatino, è diviso in due momenti. Una prima fase itinerante  durante la quale ciascuno dei protagonisti della storia proverà a raccontare la propria verità, e una seconda fase corale, durante la quale le opinioni lasciano spazio ai fatti.
Date:  16, 17, 18, 19, 23, 24, 25, 26 luglio
Orari: prima fase ore 20,10/20,30/20,50 – seconda fase ore 21,00
E’ possibile assistere a tutte e due le fasi entrando all’Orto Botanico alle 20 in punto (i tre incontri della prima fase durano 12 minuti ciascuno e una guida aiuterà il pubblico ad individuare le location dove sono posizionati i protagonisti). Per chi non ha possibilità di arrivare prima è possibile assistere solo alla seconda fase entrando alle 21 in punto. Si ricorda che la prima e la seconda fase dello spettacolo sono completamente slacciate l’una dall’altra. E che quindi non è importante assistere alla prima per vedere la seconda.
Cast: Paolo Cresta, Nico Ciliberti, Antonello Cossia, Rosalba Di Girolamo
Adattamento e Regia: Annamaria Russo e Ciro Sabatino

Parigi. Sfrattano il Quai des Orfèvres Ma Maigret rimarrà al "36". Per sempre!

“Niente da fare. Si trasloca. E non fa niente che qualcuno ci rimane male. Qui non si può più lavorare. Questa è la verità. Ma possibile che nessuno si renda conto che Lui non c’è più?”. Ops…  “Lui non c’è più?”. Ma, egregio signore, Lui non c’è mai stato. Lui non esiste. Lui è semplicemente un personaggio. Di carta.
Sono le 14.15 di ieri. 21 luglio 2009. Antonio Scattero è sotto il “36”. Al quartier generale della polizia giudiziaria. Davanti al mitico Quai des Orfèvres. Sulle rive della Senna. Nella Île de la Cité, tra il Pont Neuf e Rue de la Cité. A Parigi. Naturalmente.  E sta cercando un uomo.  Che non c’è.
Quello che segue non è un “commento” ma il resoconto fedele della strana indagine di mr. Scattero. Lo mettiamo tra i “commenti” perché Scattero non scrive. Commenta. Lui è così e non ci può proprio pensare. Qualcuno ha deciso di spostare da un’altra parte il commissariato di Jules Maigret. E questo non si fa. 
di ANTONIO SCATTERO
“Dove li portate questi scatoloni?”.
“Cazzi nostri”.
Fa caldo a Parigi. Ma piove. Un po’. Ma piove. E figurarsi se non pioveva.
Sono all’Aviatic Hotel. Al 105 di Rue de Vaugirard. A Saint Germain non c’è un posto manco a pagarlo oro.  E questa cosa non mi mette di buon umore.
Scendo con calma. Saranno le 11. Vado a fare colazione al Cafè de Flore. E’ un classico. Ma non me ne frega un tubo. Uno tiene pure i cavoli suoi per la testa e non è che deve pensare pure ai luoghi comuni. Vado al Cafè de Flore. Punto.
Sono a Parigi perché devo andare a vedere di persona. Devo capire.
Questi hanno deciso di spostare il commissariato di Maigret. Così. Di punto in bianco. E non mi sembra una bella cosa.
Arrivò al 36 verso le due di pomeriggio. Ci sono venuto a piedi. Come faceva Lui. Tranquillo, placido. Con la testa dentro un pensiero. Un chiodo fisso. L’unico puntello che avrebbe risolto l’ennesimo caso.
Grande Jules. Per quello che mi riguarda sei stato il più grande di tutti.
E questi che vogliono fare? Vogliono cancellare un ricordo. La questura parigina dei tuoi gialli, il ’36, trasloca e presto non ci sarà più. Da non credere.
Ho un giornale tra le mani. C’è scritto: “Dire Quai des Orfèvres significa evocare una Parigi in bianco e nero, stanze affumicate, misteri criminali. Un profumo d’ altri tempi, incarnato per noi italiani dal fisico pacioccone di Gino Cervi. Una leggenda, insomma, che fra un po’ non esisterà più: il quai des Orfèvres trasloca. Dove non si sa ancora, ma sicuramente in locali moderni, attrezzati con tecnologie sofisticate, ben aerati, lindi e asettici come gli uffici del XXI secolo. Tutto il contrario del “36”, fatto di stanzette, di piccoli locali, sempre costretto a cercare nuovi spazi e a contenderseli con gli altri uffici del palazzo di Giustizia. Il nuovo questore della capitale, Michel Gaudin, è deciso a portare a termine un progetto spesso vagheggiato e mai attuato dai suoi predecessori: dare una nuova sede alla polizia giudiziaria. Che occupa dodici locali diversi sparsi in tutta la città. Gaudin non è un romantico. Il mito della “Torre” certamente lo affascina, ma quel che conta è l’ efficienza e il “36” non è più al passo con i tempi”.
Da non credere. Da andare a chiedere di persona. Fate sul serio o scherzate? Mica…
Al “Quai” si infastidiscono un po’. Chiedo. Ma non hanno tempo per i ricordi. “E poi, sa che le dico – dice uno nervoso – guardi che qui Maigret non c’ha mai messo piede!”. Maigret? “L’altro, mi scusi. Simenon! Ecco. Quello al 36 non c’era mai venuto. Lo invitò Xavier Guichard, il capo della Criminalpol. Era il ’52. E con il successo che stava avendo il suo personaggio non se ne poteva fare a meno”. E vabbè, ma che cambia? Voi non potete, così, di punto in bianco… “Possiamo, possiamo. Scotland Yard ha lasciato il Whitehall quarant’anni fa e non si vede perché la polizia giudiziaria parigina debba restare in quei locali costruiti nel 1891”. Senta, lei. Uno, Scotland Yard se ne andò dalla Whitehall più di un secolo fa. Due loro non avevano Maigret. Avete già portato via tutto? “No, ma lo faremo presto”. C’è ancora la stufa? “Quale stufa?”. Quella in ghisa. Quella di Maigret. “Si. C’è”. C’è la stufa di Maigret? “Si. Credo di si”.
Inutile dirgli che Maigret non esiste. Loro se ne andranno dal “36”. Ma Maigret non se lo toglieranno mai dalla testa. Missione compiuta.

Bud, ad Ischia per i Delitti del Cuoco

E chi se non lui? Il mitico Bud Spencer sarà Nero Wolfe in una serie televisiva in onda alla fine dell’anno.
Le riprese sono cominciate in queste settimane. Si gira ad Ischia. Perché sarà proprio l’Isola Verde il palcoscenico sul quale indagherà il nuovo commissario-cuoco che si ispira, inequivocabilmente, al personaggio di Rex Stout.  Il titolo della nuova fatica di Bud? I Delitti del Cuoco.
La serie, sceneggiata da Carlotta Ercolino, diretta da Alessandro Capone e prodotta dalla Smile, racconta la storia di un ex commissario ora in pensione che, oltre a gestire un ristorante ad Ischia, aiuta il figlio, anch’esso commissario, a risolvere i casi d’omicidio che gli passano tra le mani. Tredici le puntate previste. Tutte in onda su Canale 5.
Per le sue indagini Bud/Wolfe si avvarrà di tre personaggi che in passato aveva arrestato. L’avvelenatrice Castagna (Monica Scattini), la falsaria Margherita (Monica Dugo), il rapinatore Antonio (Giovanni Esposito).
Bud Spencer, nella vita Carlo Pedersoli, napoletano doc, compirà 80 anni il prossimo ottobre. Ha girato oltre 70 film di cui 18 in coppia con Terence Hill diventando un’icona dello spaghetti-western.
Con I Delitti del Cuoco Bud realizza un suo vecchio sogno. Vestire i panni del grande Nero Wolfe, l’investigatore appassionato di orchidee e alta cucina. Peccato però che i telefilm che vedremo quest’inverno non potranno fare esplicito riferimento al personaggio di Stout. I diritti, infatti, sono ancora in possesso degli eredi dello scrittore e opzionati dalla Bbc. Per tanto quelli della Smile Production hanno puntato ad un soggetto nuovo che però intende evocare le atmosfere legate alle indagini del celebre investigatore che tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 fu interpretato dall’indimenticabile Tino Buazzelli.

Esclusivo, Ufo nel cielo di Napoli Vi raccontiamo cosa sta accadendo

Decine di avvistamenti, foto, filmati che impazzano sul web. Per qualche settimana il cielo di Napoli sembrava essere diventato lo scenario di un film di fantascienza. “Ci sono gli Ufo”, avevano gridato decine di persone, alcune delle quali hanno segnalato anche a noi la presenza di punti luminosi all’altezza di Castel dell’Ovo o di Merechiaro.
La notizia è stata ripresa da diversi quotidiani a tiratura nazionale, ora noi siamo in grado di dire esattamente come sono andate le cose. In esclusiva per Gialli.it ecco la spiegazione al “caso Ufo” del Centro Italiano Studi Ufologici.
a cura del CISU Campania
Dalla metà di giugno fino a questi ultimi giorni di luglio la Campania è stata investita da un’ondata di segnalazioni di avvistamenti UFO con precedenti solo nel lontano 1978.
Ci sono arrivate numerose testimonianze di persone incredule, spaventate, incuriosite da misteriose luci a volte solitarie, altre volte in formazione, nel cielo stellato di queste notti calde.
Grazie alla diffusione delle tecnologie di ripresa video-fotografiche integrate nei moderni cellulari, le testimonianze sono state spesso accompagnate da foto e filmati, peraltro di scarsa qualità, che poi si sono diffuse attraverso i mezzi di comunicazione via web (youtube, blog e siti internet a tema specifico).
Ovviamente in moltissime occasioni i casi di avvistamento e le relative evidenze video-fotografiche sono state utilizzate come la prova di invasioni aliene dei nostri cieli.
Anche alla segreteria della sede campana del Centro Italiano Studi Ufologici (CISU), sono pervenute numerose telefonate ed e-mail di testimoni in assoluta buona fede che chiedevano cosa potessero essere le misteriose luci avvistate. Questo ci ha creato non poche difficoltà a causa della grande mole di dati da raccogliere, catalogare, analizzare. Attività che sono tuttora in corso.
Contemporaneamente, nonostante il dilagare delle segnalazioni, non vi è stata nessuna spiegazione da parte delle forze dell’ordine né dall’aereonautica militare seppure le stesse fossero state interpellate.
Da una prima analisi, è emersa subito una matrice comune relativa alla tipologia di fenomeni osservati: luci puntiformi di colori varianti dal rosso all’arancione al giallo che effettuavano evoluzioni in cielo in alta quota oppure che sembravano salire rapidamente dal basso verso l’alto per poi scomparire del tutto dopo pochi minuti.
Basandoci su recenti feedback di segnalazioni simili provenienti da altre regioni italiane (Piemonte), o da altri paesi europei (Inghilterra), abbiamo notato similitudini che facevano pensare ad una causa comune.
In particolare, lo spunto per una possibile spiegazione è arrivato da una interessante testimonianza di avvistamento a Caserta. Per rendere meglio la presa emotiva causata da queste luci riportiamo di seguito una breve sintesi dei fatti:
Nella notte tra sabato 4 e domenica 5 luglio 2009, alle ore 00:38, il testimone G., residente a Caserta, mentre era in giro con amici riceve una telefonata della sorella D. che era a casa (Via Alois, 15) allarmata e preoccupata per aver visto levarsi in cielo alcuni strani oggetti luminosi di forma sferica.
Il sig. G., dopo averla tranquillizzata e continuando la telefonata, torna a casa assieme al suo amico T., passando per Piazza Matteotti dove nota alcuni passanti che indicano qualcosa in cielo. Tra la gente vi era una persona in lacrime, letteralmente terrorizzata. Pietrificato dallo spavento G. vede anche lui la strana palla di fuoco risalire in cielo in direzione nord. Chiude la telefonata con sua sorella e scatta una foto con il suo cellulare. Anche l’ amico T. assiste al fenomeno. Sono le 00:45.
Tornato a casa, scopre che sua sorella dopo la telefonata è riuscita anche a girare un breve filmato che gli fa visionare. Sua sorella racconta di aver visto ben tre diversi oggetti luminosi levarsi in volo da una zona poco distante nei pressi della Reggia di Caserta dove esiste un piccolo eliporto della locale sede della Accademia Aereonautica Militare. Si è molto spaventata alla vista delle strane luci e subito dopo ha accusato mal di testa e vertigini. Nella ripresa è stato filmato l’ultimo dei tre oggetti visti in volo un attimo prima che scomparisse in cielo. L’oggetto per pochi istanti è sembrato fermarsi in cielo.

Il testimone G. descrive l’ oggetto come “una palla da golf, colore giallo, circondata da una sorta di cerchio luminoso, il quale concentricamente si ritirava prima verso l’esterno, poi verso l’interno”.
Sembra una testimonianza inequivocabile, e pure proprio partendo da questa descrizione così dettagliata siamo riusciti finalmente a risalire alla causa del fenomeno.
Quelle luci nei cieli di Napoli e di Caserta altro non sono che Sky Lantern. Lanterne cinesi, che con una fiammella accesa riescono ad alzarsi in volo come mini-mongolfiere luminose per poi essere catturate dai venti di alta quota e disintegrarsi. L’ effetto finale è di grande impatto tanto che numerose manifestazioni pubbliche e private ne stanno facendo largo utilizzo per attirare l’attenzione.
Partendo da questa convinzione, abbiamo contattato una delle aziende produttrici di Sky Lantern e abbiamo fatto visionare loro i filmati, le foto e le testimonianze raccolte in questi giorni. L’azienda ha confermato che le luci filmate sono proprio le lanterne che commercializza. Come ulteriore conferma alla soluzione di questo rompicapo estivo è arrivato un filmato inserito su youtube, (http://www.youtube.com/watch?v=3P3yD0EPohc), girato a Pozzuoli, che è stato commentato in rete da persone che hanno identificato le luci come lanterne lanciate dalla spiaggia di Capomiseno.
Almeno per questa volta … possiamo dire che “il caso è chiuso!”.
Giovanni Ascione CISU CASERTA
Giorgio Russolillo CISU Campania

Ad immagine e somiglianza… del diavolo!

Un paio di corna. La lingua biforcuta. I denti affilati. E poi una bella coda lunga. Di chi si tratta? Del diavolo ovviamente. E’ così che lo abbiamo sempre immaginato. E’ in questa forma che ha turbato i sogni di bambini ed adulti ed è così che lo abbiamo visto in televisione e al cinema. Tutti noi. E forse anche Gavin Paslow, 39 anni. Inglese. Per lui un’ossessione. Lo avrà guardato ogni giorno. Lo avrà immaginato ogni giorno. Fino a che… ha deciso di assomigliargli. Ha truffato il governo inglese con una falsa indennità per avere i soldi per gli interventi chirurgici e con 4000 euro si è rifatto il look. Ma non un nuovo naso, una nuova bocca, dei nuovi zigomi. No, no. Un bel paio di corna sulla testa. Un taglio alla lingua per renderla biforcuta. Dei bei denti affilati. Poteva uno così chiamarsi Gavin? Ovviamente no. Nasce così Diablo Delenfer.
Il tribunale di Seasalter lo ha condannato per truffa a 200 ore di lavoro non retribuito. In più non uscire di casa dalle 5 del pomeriggio alle 5 del mattino, per evitare di turbare la popolazione. Non riusciamo ad immaginare cosa potrà essere da oggi la vita di Diablo. Lui non ha pentimenti. Il prossimo passo? Una lunga coda in tinta.

I "serial killer" partenopei

“Napule nun adda cagna’!” scandiva forte il maniaco, ed alle parole seguivano i fatti: chi proponeva un nuovo modello artistico-musicale in città veniva ucciso, si trattasse anche di uno James Senese o addirittura di un Massimo Troisi. Ed il maniaco era Michele Giuffrida (Lello Arena), il giornalista de “il Mattino”, l’uomo insicuro, impacciato, spesso triste, che seguiva come un fedele cagnolino la sua fascinosissima Lisa e non era capace neanche di respingere l’assalto ai semafori dei vari venditori di chincaglierie. Chi avrebbe mai potuto smascherare in quell’uomo mite e maldestro una doppia personalità così estrema?
di LUCA FALCONE
Un vero e proprio caso di schizofrenia letterariamente assimilabile al duo Jekyll/Hyde di stevensoniana memoria. Per qualunque investigatore, una Waterloo. Certo, qualche piccolo appiglio magari c’era: le parole martellanti, quasi ossessive, di quel padre, quell’Antonio Giuffrida mandolinista e cantante della Piedigrotta dei tempi andati, e c’era ancora quella forza nascosta e quasi eroica, completamente imprevedibile, cacciata fuori così di colpo quando c’era stato da salvare Lisa dal crudele Mastino. Però diciamocela tutta: chi ci sarebbe arrivato? Chi poteva incastrare un criminale celato così abilmente? E’ davvero giusto additare al pubblico ludibrio il povero commissario napoletano al quale è assegnato il caso? Lo stesso Troisi non gli risparmia critiche, lo accusa di essere uno svagato e di non proteggerlo a sufficienza. Verissimo, visto che poco dopo il povero Massimo morirà strozzato con una pizza. Ma cosa avrebbe potuto fare quel povero commissario? L’affare è ingarbugliato e l’estro del maniaco, il temibile Mr Hyde, arriva addirittura ad allargare la sfida dalle Forze dell’Ordine al “Mattino”, il giornale dove lavora il suo Dottor Jekyll. Ed è proprio quest’ultimo, assieme alla bella Lisa, ad essere incaricato dell’inchiesta. Ha inizio una vera e propria girandola di colpi di scena, un caleidoscopio di avventure: rapimenti, salvataggi, telefonate minatorie, sparatorie notturne. Un caleidoscopio culminante con la prevalenza dell’azzurro. L’azzurro della maglietta di Funiculì Funiculà quando il povero Michele Giuffrida, ormai completamente sconvolto, viene arrestato: la maglietta del Napoli Calcio, ovviamente. E quel ciuccio, sul quale Michele oscilla, come un bambino sul cavallo a dondolo, simbolo della sua squadra del cuore, ma anche ricordo della vecchia Piedigrotta. Il Dottor Jekyll ha trionfato su Mr. Hyde, ma anche stavolta a quale prezzo? Michele Giuffrida, il pavido giornalista, ha svelato assieme alla sua collega l’identità di Funiculì Funiculà, ma di lui cosa resta? Purtroppo null’altro che una mente oscurata destinata ad un istituto di cura: una schizofrenia che rappresenta quella di questa città da Michele assieme tanto amata ed odiata. Probabilmente è questo il messaggio finale del film “No grazie il caffè mi rende nervoso”(1982).