Pietrino Vanacore, l’ex portinaio di Via Poma, il primo indagato per il delitto di Simonetta Cesaroni nel 1990, si e’ ucciso in località Torre Ovo, nei pressi di Torricelle, in provincia di Taranto. Il cadavere è stato trovato in mare intorno alle 13 di ieri con una lunga fune ad un piede. Sembra si sia lanciato da una scogliera dopo aver ingerito dell’anticrittogamico che aveva portato con sé. Pietrino si sarebbe dovuto presentare in aula venerdi per il processo contro Raniero Brusco. E la domanda che tutti si fanno oggi è perché proprio adesso?
di CLAUDIA MIGLIORE
A volte la vita è così strana. Occupandoci del caso di Simonetta Cesaroni abbiamo ripercorso tutte le tappe di una tragedia che ancora non trova soluzione. I dubbi, i sospetti, le ricerche, le nuove indagini. Il mondo che si è mosso intorno a questa vicenda, dalle sue origini nel 1990 ad oggi, ha toccato vite, sconvolto famiglie, senza arrivare mai ad un punto. Senza che l’unica vittima di questo mistero potesse trovare pace. Ovunque ella sia.
E oggi, dopo 20 anni da un arresto per omicidio, dopo essere stato assolto per insussistenza dei fatti, Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile di Via Poma, ha deciso di togliersi la vita. A due giorni dalla citazione in tribunale. A settancinque anni. “Venti anni di sospetti e sofferenza portano al suicidio”. Ha lasciato scritto così Pietrino. Aggiungendo un nuovo giallo ad un mistero che è dura da tanto, troppo tempo.
Venti anni di sospetti
La mattina dell’8 agosto 1990 la polizia sveglia tutti i condomini dello stabile di via Poma 2. Il giorno prima Simonetta Cesaroni è stata massacrata nel suo ufficio. Vengono interrogati i quattro portieri che assieme ai loro familiari sostengono di essere rimasti attorno alla vasca del cortile per tutto il pomeriggio del 7 agosto, dalle 16.00 alle 20.00. Ma Pietrino Vanacore con gli altri portieri non c’è. Sembra che proprio in quell’orario, certificato da uno scontrino, sia uscito a comprare un frullino. Esattamente alle 17.25. Alcuni testimoni dichiarano che Vanacore alle 22.30 del 7 agosto è salito dall’anziano architetto Cesare Valle per fornirgli assistenza. La casa dell’architetto è poco più su dell’ufficio incriminato. Ma Cesare Valle dichiarerà che il portiere è arrivato a casa sua alle 23.00. Questa mezz’ora di intervallo porta gli investigatori a sospettare del portiere allora cinquantacinquenne. Dove è stato in quella mezzora? E cosa ha fatto nelle quattro ore in cui presumibilmente Simonetta è stata uccisa? Su un paio di suoi calzoni poi vengono trovate macchie di sangue. Il caso sembra risolto. Pietrino Vanacore viene arrestato e passa 26 giorni in carcere dopo i quali uscirà. Scagionato dall’esame del DNA che individuerà come suo il sangue sui pantaloni e come di altri il sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove è stato ritrovato il corpo di Simonetta. Il fatto non sussiste. Sembra tutto finito. L’uscita dal tunnel, la fine di un incubo. Ma secondo alcuni oggi per Pietrino Vanacore il vero incubo è sempre stato sapere la verità. Sapere cosa realmente accadde in quel 7 di agosto del 1990.
A metà degli anni novanta il portiere decide di allontanarsi da Roma e ritornare con sua moglie a casa. In Puglia, in provincia di Taranto. Ed è lì, che dopo ventanni viene raggiunto dalla richiesta di comparizione in tribunale per il processo a Raniero Brusco, ex fidanzato della vittima.
Chissà cosa avrà pensato in quel momento Pietrino. Forse conoscere la risposta significherebbe trovare la verità. Arrivare finalmente ad una soluzione. Ma è solo una ipotesi e in ogni caso una vana speranza perché la verità, semmai fosse stata nota, oggi è rimasta appesa ad una fune in fondo al mare del golfo di Taranto.
(10 marzo 2010)