R.I.P. Ma non troppo!

R.I.P. Ma non troppo!

Leopardi? Scomparso. Il Principe di Sansevero? Scomparso. Nel nulla. Succede anche questo nella Napoli dei misteri e dei segreti. Scompaiono i cadaveri. Ma non quelli comuni. Quelli dei personaggi famosi. I corpi, le ossa, i resti di personalità del passato non sono nei loculi e nelle tombe dove magari facciamo la fila per lasciare un fiore. Stanno da qualche altra parte. Ma nessuno sa bene dove. Grande Napoli!

di CLAUDIA MIGLIORE

Napoli. Sono le 19.00 del 14 giugno 1837. In una camera da letto di un piccolo appartamento in Vico Pero n. 2, un uomo di 38 anni, pronunciando le parole “Non vedo più nulla, aprite le finestre” muore. Quell’uomo si chiamava Giacomo Leopardi.
La ricostruzione di quello che accade dopo la sua morte, è affidata al racconto del suo amico Antonio Ranieri e a studi non sempre concordanti.
Giacomo Leopardi muore, probabilmente per un attacco di asma che aggredisce un corpo malato da sempre, in una Napoli che tra il 1836 e il 1837, seppellisce nelle fosse comuni 18.000 morti di colera e non.
Antonio Ranieri decide immediatamente che il corpo di Giacomo non può essere affidato alle fosse dei colerosi ma deve trovare degna sepoltura nella Chiesa di S. Vitale a Fuorigrotta.
In poco tempo con estrema lucidità, grazie ad amicizie importanti, mette in atto un piano ed un organizzazione degni della sceneggiatura di un film.

Scena uno. Gli adempimenti. Padre Felice Cerignola nella camera da letto di vico Pero n.2, redige il primo certificato religioso. “Leopardi ha ricevuto i sacramenti” scrive, probabilmente mentendo per compassionevole misericordia, il ministro di Dio.  Viene effettuata la denuncia di morte all’Ufficio di Stato civile sezione Stella. Atto n. 568. 15 giugno ore 5 e mezza. Nella Parrocchia di Fonseca viene iscritta la morte con questa dicitura “Giacomo Leopardi morto il 14 giugno 1837. Sepolto nel cimitero dei colerosi. Ha ricevuto i sacramenti”.
Scena due. Gli interventi sul corpo: Viene praticata, da un cerusico zelante, un’incisione sul torace per dimostrare che Leopardi non è morto di colera. La chiesa di S. Vitale diversamente non lo avrebbe accolto. Viene effettuata un’iniezione per ritardare la decomposizione e consentire lo spostamento del corpo. Viene effettuato il calco del volto.
Scena tre. Il viaggio. Vengono procurate due carrozze una per la bara l’altra per gli accompagnatori:  i fratelli di Ranieri. La bara e i relativi documenti iniziano il viaggio.
Scena quattro. Il blocco. Alla barriera di Piedigrotta “il convoglio” viene fermato dalle guardie doganali che aprono la bara e vedendo tagli, incisioni e una certa aria di mistero si convincono di essere in presenza di un delitto. Uno dei fratelli di Ranieri resta al posto di blocco con la bara e l’altro corre a cercare soldi ed ulteriori permessi per poter procedere. Dopo diverse ore riescono a passare.
Scena cinque. La chiesa. Arrivano a Fuorigrotta. La chiesa di S.Vitale è chiusa. I fratelli Ranieri vanno a svegliare il parroco. Il parroco apre la chiesa, verifica la presenza del corpo di Leopardi e ne accoglie la salma nel sotterraneo. La missione è compiuta.

Sette anni dopo siamo nel 1844. La bara viene spostata nel vestibolo. Ranieri la apre e ne verifica il contenuto (sic!).  1897 la tomba di Giacomo Leopardi viene dichiarata monumento nazionale. 1900. La riesumazione. La tomba si apre e…

Napoli 1900. Città degli scomparsi.
Inizia il secolo e si scopre che Napoli è anche questo. La città che nasconde, confonde. Giacomo Leopardi. Bernardo Cavallino. Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa. Raimondo di Sangro. Cominciano da qui le nostre storie sui cadaveri “eccellenti” misteriosamente scomparsi .

GIACOMO LEOPARDI
La tomba si apre e….
Con orrore di tutti i presenti, ministri, studiosi, medici, il contenuto della cassa non è quello che ci si attendeva. I resti sono confusi. Non sono disposti correttamente. La quantità di ossa lascia subito pensare che il corpo di Giacomo Leopardi non sia più integro. I femori analizzati sembrano non corrispondere ad un uomo della statura del poeta. La bara è rotta. All’interno c’è un pezzo di legno che non appartiene alla cassa. E il cranio non c’è. E’ sparito.

Ancora oggi quel 21 luglio 1900 spacca in due il mondo letterario. Una spaccatura che ci riporta indietro. Nuovamente al 1837 e al 15 giugno. Il giorno dopo la morte di Giacomo Leopardi.
Una spaccatura che getta dubbi ed incertezze sulla ricostruzione di Antonio Ranieri e sulla sua buona fede.

Per molti studiosi, a partire da Gioacchino Taglialatela, padre dell’Oratorio dell’Accademia Pontiana, il corpo di Leopardi si trova nel cimitero dei colerosi al Monumentale di Napoli. E’ quanto dichiara e attesta il certificato di morte. Nulla di più.
Per gli altri, per quanti danno credito alla fantasmagorica impresa di Ranieri, anche per il mistero dei resti esiste una spiegazione.

Nel 1898 viene restaurato il pronao della chiesa di S. Vitale. Un maldestro muratore durante i lavori rompe la cassa dove è deposto il corpo del poeta. Le ossa si frantumano, si confondo con la terra, con i calcinacci. Il cranio chissà dove finisce. Che fare? Meglio mettere “una pezza”. Il manovale copre la parte rotta della cassa con un pezzo di legno di fortuna. Pensa di aver recuperato il danno. Ma  dodici anni dopo la magagna si scopre in tutta la sua drammaticità quel fatidico 21 luglio sotto gli occhi costernati delle “autorità”.

Per questa corrente di studiosi in quella cassa, seppur mutilato della sua “parte migliore”, c’è Giacomo Leopardi. Ed è sempre Giacomo Leopardi che, definitivamente traslato nel 1934, riposa nel mausoleo, costruito grazie ai fondi di una legge nazionale, nel Parco di Virgilio a Piedigrotta.

Grazie alle attuali possibilità della scienza, basterebbe poco per sciogliere il nodo e restituire alla storia una verità nascosta da oltre cento cinquanta anni. Basterebbe poco.
Solo riaprire la tomba.

BERNARDO CAVALLINO
Napoli 1616. Nasce Bernardo Cavallino. E questa è l’unica notizia certa sul pittore. Bernardo Cavallino il più napoletano dei pittori napoletani. E il più misterioso. La sua vita passa solo attraverso le sue opere e neanche tutte. Delle oltre 80 tele da lui dipinte solo alcune possono essergli attribuite con assoluta certezza. Quelle firmate. Per le altre solo supposizioni. Non esiste una sua biografia. Non si hanno notizie certe sulla sua formazione. Non si sa nulla sulla sua morte. Sulla data, sulle cause ancora supposizioni.

Bernardo Cavallino muore “probabilmente” nel 1656 lo stesso anno in cui scoppia la peste. Muore “probabilmente” di peste in un periodo in cui Napoli perde 1000 cittadini al giorno. Lo stesso anno in cui, per evitare l’ulteriore contagio, si decide di utilizzare una vasta area di una grotta (antica cava di tufo, numerosissime nella città) del colle di Poggioreale chiamata “degli sportiglioni” (pipistrelli) per stipare i morti di peste e separarli per sempre dalla città sigillandoli con un muraglione. Lo stesso anno. Non può essere una coincidenza. Anche Wikipedia indica che Bernardo Cavallino è sepolto al Cimitero Monumentale di Poggioreale. Ma sempre Wikipedia alla voce Chiesa di S. Nicola alla Carità di Napoli tra le curiosità riporta: “vi fu sepolto il pittore napoletano Bernardo Cavallino”. Una sola città, una sola morte. Due luoghi di sepoltura.

Alla chiesa di S. Nicola confermano la notizia. Si è tramandata di parroco in parroco. I resti di Bernardo Cavallino erano lì ma dei lavori nell’ipogeo della chiesa distrussero bare e tombe, confusero e frantumarono ossa e di lui non c’è più traccia. I resti del pittore secondo il parroco non esistono più. Scomparsi. Ingoiati dalla città e dalle sue abitudini. Cattive abitudini!

MARIA D’AVALOS E FABRIZIO CARAFA
Napoli 16 ottobre 1590. E’ notte. Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa sono innamorati e stanno consumando quella che sarà la loro ultima notte d’amore a Palazzo Sansevero. Appartengono a due delle più importanti famiglie napoletane. Sono amanti. Maria è spostata con Carlo Gesualdo madrigalista e compositore. Sarà lui, come nei migliori delitti su commissione dei tempi moderni, ad organizzare nei dettagli il massacro della moglie e del suo giovane amante, presentandosi sulla scena del crimine a fatto compiuto per soddisfare il suo desiderio di morte e vendetta. O peggio per assicurarsi l’infame impunità riconosciuta ai delitti d’onore.

I dettagli, i particolari, li lasciamo alla penna di scrittori, sceneggiatori, cantautori, che hanno riempito pagine e pagine su uno dei più tristi e famosi episodi di sangue della storia di Napoli.
La morte, il processo, la vergognosa sentenza sono storia.
La scomparsa del corpo dei due giovani amanti è mistero.

Poche ore dopo il delitto. Fabrizio viene affidato al gesuita Carlo Mastrillo. Maria ad una zia  la Contessa di Travetto. Dovevano essere sepolti nella Chiesa di S. Domenico Maggiore. Lei accanto al primo marito. Lui tra i suoi familiari. Di entrambi nella Chiesa non vi è traccia.

Le teorie e le ricerche si sono succedute nei secoli. Per entrambi. Nel 1993 Gino Fornaciari e Maura Castagna dell’Università di Pisa ricevono l’incarico di “scoperchiare” le arche di S. Domenico Maggiore per analizzare i resti in esse contenuti. Maria non viene trovata. Nell’arca n. 11 vengono trovati dei resti. Si parla di Ferdinando d’Avalos. Poi ad una successiva analisi, le ferite da taglio, il colore dei capelli, i vestiti che indossa, fanno propendere per Fabrizio Carafa.
La scoperta non è mai stata ufficializzata. Ancora oggi i corpi dei due amanti non si trovano. Scomparsi.

E intanto nelle notti senza luna a Piazza S. Domenico, tra l’obelisco e il palazzo teatro della tragedia, lo spirito errante di Maria D’Avalos chiede ancora sepoltura.

RAIMONDO DI SANGRO
Il 22 marzo 1771 muore uno dei personaggi più discussi, amati e odiati della storia partenopea. Raimondo di Sangro, Principe di San Severo. Meglio conosciuto come “o’ principe”.

Il “Diario ordinario”, giornale romano dell’epoca di grande circolazione, testimonia che il principe è stato colto da accidente apoplettico, morendo dopo alcuni giorni. Dal libro dei defunti della parrocchia di Santa Maria della Rotonda di Napoli si ha conferma della morte “il principe ha ricevuto i santissimi sacramenti”. “O’ principe, simbolo di una città contraddittoria, misteriosa, confusa e confusionaria muore esattamente come muoiono tutti.

Il resto è leggenda. Sono solo leggende. Quelle che ruotano intorno alla figura di Raimondo di Sangro. Quelle sulla sua vita e sulla sua morte. Quelle che parlano di un esperimento, l’ennesimo, per raggiungere la vita eterna. Farsi tagliare a pezzi, farsi mettere in una cassa e risorgere integro dopo un tempo prestabilito. Sono solo leggende.  La storia della famiglia  che irrompe nel palazzo alla ricerca di tesori nascosti ed apre la cassa prima del tempo. La favola nera del suo corpo che si pietrificò e polverizzò. Sono solo leggende. Ma allora dov’è il mistero?

Il mistero nasce quando si va a visitare la bellissima cappella di Santa Maria della Pietà o della “Pietatella”, più nota come Cappella San Severo. Ci si trova di fronte alla lapide, spaccata in più parti dai vandali, e si chiede “ma il principe è sepolto qui?”.
Il mistero nasce dalle risposte non date, dalle verità celate per proteggere la memoria del principe, per garantirne un sereno riposo. E così si scopre che la lapide è solo una lapide, una commemorazione, che Raimondo di Sangro non è sepolto nella cappella. Che si trova in un cimitero. Ma quale? E dove? Alla città di Napoli, alla sua gente non è dato di saperlo. E così ci si ritrova a cercare l’ennesimo “scomparso”.

(30 giugno 2009)

Gialli.it

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