Napoli. Il segreto della Grotta
di San Giovanni a Carbonara

Napoli. Il segreto della Grotta <br/> di San Giovanni a Carbonara

C’è un frammento sotterraneo della città talmente pieno di storia da meritare vincolo, tutela, apertura al pubblico con adeguata diffusione di notizie. Nulla di tutto ciò sta accadendo, benché questo pezzo di storia si trovi sotto e fra due scuole. Proprio gli allievi della elementare “Bovio” di via San Giovanni a Carbonara e del Liceo Artistico “Santissimi Apostoli” sono stati infatti – nel “Maggio dei Monumenti 2007, esperienza mai più ripetuta –  le prime guide nei cunicoli che furono la via sotterranea per gli unici due casi di invasione della città da parte di truppe assedianti.

di ELEONORA PUNTILLO

Il primo passaggio sotterraneo di soldati che aprirono nottetempo le porte al grosso di un esercito invasore avvenne nel 537 dopo Cristo. Il generale bizantino Belisario, inviato dall’imperatore romano d’Oriente Giustiniano a riprendersi dai Goti di re Totila e poi del suo successore Teja buona parte dell’Italia centromeridionale, non riuscì per molti mesi a prendere Napoli per fame e per sete. Finché alcuni suoi soldati e forse qualche napoletano non trovarono la via sotterranea: un ramo dell’antico acquedotto greco. Vi scesero da un pozzo fuori le mura, riemersero da un pozzo dentro le mura che oggi si trovano sepolte sotto la cortina di palazzi fra via San Giovanni a Carbonara e via Cesare Rosaroll. Aperta che fu la porta di Santa Sofia, l’esercito di Belisario entrò e fece strage di Goti e di Napoletani.

A Napoli sessantacinque anni prima s’era concluso l’Impero romano d’Occidente, con la morte di Romolo Augustolo, l’ultimo giovanissimo e mai imperatore destituito dall’invasione Odoacre saccheggiatore di Roma e rinchiuso e poi ucciso (nel 476) sull’isola di Megaride nell’antico eremo dei monaci basiliani (fuggiti da Bisanzio durante una delle tante guerre religiose) che diventerà Castel dell’Ovo.

Nove secoli dopo le truppe di Alfonso d’Aragona, al comando del generale Diomede Carafa, assediarono la città dove si era asserragliato con i suoi soldati provenzali, Renato d’Angiò. Entrambi, infatti, erano pretendenti del regno di Napoli: Alfonso era stato addirittura adottato come figlio ed erede dall’ultima regina angioina, Giovanna II; mentre il nipote Renato d’Angiò era fratello ed erede di Luigi III d’Angiò, cugino, anche lui nominato (e poi revocato) successore da Giovanna.

Alfonso sapeva di Belisario e aveva letto le cronache di Procopio, lo storico delle guerre gotiche?

Ecco un mistero storico che riguarda il sottosuolo napoletano. Certo è che il 12 giugno del 1442 l’esercito di Alfonso entra in città dalla stessa porta di Santa Sofia (che si trovava di fronte all’odierna scuola Bovio). Le cronache dell’epoca dicono che due pozzari condussero il generale Carafa e alcuni soldati nel cunicolo d’acquedotto da cui un pozzo saliva nella casa di “Mastro Citiello cosetore”, ossia sarto, e di sua moglie donna Ceccarella.  Di lì andarono ad aprire la porta per far entrare il grosso dell’esercito aragonese, mentre Renato d’Angiò fuggiva per mare.

Forse il mistero storico è destinato a rimanere tale. Non è però un mistero la poca cura che la città riserva alle testimonianze della sua storia: i suggestivi accessi all’acquedotto sotto la scuola Bovio sono ora inaccessibili, così come la bellissima scala  a spirale sotto il Liceo Artistico ai Santissimi Apostoli.

(11 luglio 2009)

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