Decifrata la firma del funzionario addetto alla sepoltura di Gesù. Questa l’ipotesi descritta ne La sindone di Gesù Nazareno, il nuovo libro della Frale, funzionario dell’Archivio Segreto Vaticano, che riporta in auge il sacro lino, il sudario nel quale sarebbe stato avvolto il corpo di Gesù e sul quale sarebbe rimasta impressa l’immagine terrena prima della sua resurrezione. Ma come qualsiasi ipotesi avanzata sulla Sindone, le affermazioni della studiosa hanno subito scatenato polemiche.
di MICHELA ASCIONE
E’ la reliquia per eccellenza. Non solo importante perché recherebbe impresse le fattezze di Gesù, ma perché testimonierebbe il momento della resurrezione cardine della credenza cristiana. Ma come qualsiasi reperto suscita domande, perplessità. E’ stata fotografata, sottoposta a varie analisi, tra cui la tanto discussa analisi al radiocarbonio 14, esame che permette di datare i reperti. Sono stati condotti esami sulle tracce di sangue presente sul lenzuolo, esami del polline, è stato analizzato il tessuto, sono state fatte comparazioni e indagini storiche per verificare usi e costumi dell’epoca in cui sarebbe stata generata. Ogni esame ha prodotto risultati e ogni risultato è stato poi ribaltato e criticato dalle due fazioni opposte.
Si, è il sudario nel quale è stato avvolto Cristo prima della resurrezione. No, è un abile falso medioevale, fatto circolare ad arte per diffondere il credo cristiano.
C’è una sola certezza. E’ la reliquia più famosa e ambita al mondo. Ed è a Torino. Dal 2010 sarà nuovamente esposta al pubblico.
Sono stati scritti fiumi di trattati, tutti elaborati da importanti studiosi.
L’ultimo testo è stato scritto da un’archivista d’eccezione. Funzionario di uno degli archivi più enigmatici e preziosi al mondo, quello Vaticano. Barbara Frale sostiene di aver decifrato quelle strane scritte che sono visibili sulle immagini fotografate della Sindone. Sarebbero parte della trascrizione fatta dal funzionario addetto alle sepolture dei condannati a morte nella Gerusalemme del I secolo d.C. Il testo sarebbe stato scritto in tre idiomi: greco, latino ed ebraico e descriverebbe la sepoltura di Yeshua ben Yosef Nazarani, cioè Gesù di Nazareth.
E partono le polemiche. Gli studiosi si confrontano. Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina, critica la possibilità che un tale testo potesse essere scritto in tre lingue, mentre Franco Cardini, medioevalista, giudica esattamente nel modo opposto la questione, ammettendo la possibilità del plurilinguismo in documenti ufficiali.
Resta la domanda come si siano impresse tali scritte e se fosse stato possibile falsificarle nel medioevo. Certo gli studi della Frale fanno litigare gli studiosi e affascinano il pubblico. Lanciando nuovi dati su cui basare le conclusioni delle opposte fazioni.
In un suo precedente libro la Frale aveva supposto che la Sindone fosse giunta in Europa grazie all’ordine dei Templari che ne avrebbero segretamente custodito il segreto, asserendo che quel Bafometto, da loro venerato e per il quale sarebbero stati perseguitati, non sarebbe altro che l’uomo barbuto della Sindone.
Vogliate crederci o no, una cosa è certa: la Sindone fa e farà parlare ancora di sé, e se fosse un falso, sarebbe comunque un’opera d’arte e di scienza, al momento, irripetibile.
(29 novembre 2009)
Bisogna sottolineare che, come ha scritto l’autrice nel suo libro, che si tratta di ipotesi. Barbara Frale è riuscita a ricostruire il contesto storico nel quale può essersi trovata la Sindone a Costantinopoli intorno all’anno 1000. Per due secoli sarebbe rimasta nella capitale bizantina e la connessione con l’arte delle icone e il modo di raggigurare Cristo rende più corposa l’ipotesi che il Mandylion, che un tempo fu ad Edessa e che poi venne trasportato a Costantinopoli, sia stata proprio la Sindone ripiegata su se stessa otto volte. Sulla questione delle scritte bisogna essere molto cauti ma certamente questo libro ha messo il dito sulla piaga della scarsa ricerca storica intorno alla Sindone. La storia può ancora dire molto. Certo, le scritte possono essere il risultato di impronte di altri documenti o di reliquioari sotto i quali poteva essere stato conservato il sacro Lenzuolo. Invece di scagliarsi contro questa ipotesi bisognerebbe scagliarsi contro chi non vuole fare niente per approfondire gli studi intorno a questo mistero.
LA SINDONE DI TORINO, UN SEGRETO PER POCHI
E’ DIVENTATA UNA BEFFA PER MOLTI.
NEL 2002 SI CAMBIA PAGINA CON UNA “NUOVA SINDONE”.
LE SCRITTE AI MARGINI DEL VOLTO, SONO ALTRE VERITA’.
Di chi è il sangue sulla Sindone?
….. Venne un uomo ricco da Arimatea di nome Giuseppe, che anche egli si era fatto discepolo di Gesù. Questi, andato da Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che fosse dato. E, preso il corpo, Giuseppe lo avvolse in sindone (lenzuolo).- Dunque all’inizio una sindone c’era. Ne parlano anche Marco (15,46) e Luca (23,53). Non è dimostrabile che sia quella di Torino, anche se ci sono buone probabilità a suo favore.
Agli inizi, il telo funebre è stato conservato dalla comunità cristiana, come reliquia della Passione di Gesù; a causa delle persecuzioni veniva tenuto nascosto.
In seguito, il telo come era stato ripiegato, per poterlo nascondere con più facilità, venne portato nella città di Edessa e chiamato mandylion.
Dopo che Edessa venne occupata dai musulmani, i bizantini trasferirono il mandylion a Costantinopoli.
Nel 1204 Costantinopoli venne saccheggiata dai crociati, e del mandylion, ovvero della Sindone, si persero le sue tracce.
Infatti, la storia “certa” della Sindone di Torino, inizia intorno alla metà del Trecento, quando riappare inspiegabilmente 150 anni dopo a Lirey in Francia.
A questo punto, oltre che domandarci se la Sindone è il lenzuolo funebre che avvolse il corpo di Gesù?, dobbiamo anche interpretare i fatti di un epoca, il periodo medievale, che certamente non chiarì ma avvolse nel mistero più profondo la storia più recente del sacro telo funebre. Cosa è accaduto realmente al telo funebre di Torino, immediatamente prima al 1353, e durante il periodo in cui tutti i passaggi sono rigorosamente documentati (Lirey,Chambéry e Torino)?.
Da Costantinopoli alla Francia?
Sono state avanzate diverse ipotesi per ricostruire in quale modo la Sindone, se davvero si trovava nel 1204 a Costantinopoli, poi sia pervenuta in Francia per riapparire nel 1353 in mano a Goffredo di Charny.
Tra le tante ipotesi fatte, la più credibile è anche la più semplice, quella che sarebbero stati i Templari a prendere la Sindone e a custodirla segretamente fino allo scioglimento dell’ordine: nel 1314, quando l’ultimo Gran maestro Jacques de Molay vene messo al rogo, insieme a lui fu bruciato anche un alto dignitario dell’Ordine a nome Goffredo di Charny, omonimo e probabile parente di colui che quarant’anni dopo espose pubblicamente la Sindone.
Sicuramente prima di Lirey, qualche cosa è esistito, un lenzuolo funebre che recava l’impronta di un corpo molto antico presumibilmente risalente all’anno 30-33, “se così fosse ci troveremmo difronte al telo di lino che avvolse il corpo di Gesù”, se così non fosse, esisteva già un falso. Un telo funebre con l’impronta di un volto, e di un corpo usato come reliquia dai Templari convinti che fosse autentica.
Perché di quel telo funebre così antico, si mostrava solo il volto? In realtà l’immagine più antica impressa sulla Sindone di Torino, quella che doveva mostrare il volto di Gesù per intenderci, soprattutto il corpo era talmente sfumata che le ferite sui polsi non si potevano neanche notare. Per questo motivo, si può supporre che il mandylion fosse in realtà la Sindone ripiegata e conservata in un reliquiario: il telo così piegato (tetradiplon) nascondeva l’impronta sbiadita del corpo, facendo emergere soltanto il Volto. Da più parti, sempre con più insistenza si parla di scritte invisibili sul telo sindonico. Alcuni ricercatori usando delle sofisticate tecniche fotografiche sono riusciti a far emergere delle scritte esclusivamente nell’area adiacente al volto, quasi ad incorniciarlo, la spiegazione più titolata parla, di scritte lasciate per contatto, impronte lasciate da qualche oggetto, è lecito supporre che a imprimerle sia stato il contatto prolungato con delle cornici di contenimento “o reliquiario”. Sui margini all’interno di queste “cornici reliquiario”, lungo i bordi, vi erano poste delle scritte, nessuna di queste cornici è arrivata fino a noi per poter validare questa ipotesi. Comunque se osserviamo attentamente le fasce verticali e orizzontali sbiadite dalla luce sul telo scoperto, possiamo affermare che le “cornici reliquiario” sono state almeno due, una con l’apertura più larga che mostrava tutto il volto, anche le scritte sono più grandi e combaciano con tale apertura, l’altra più stretta che mostrava solo una piccola porzione del volto, anche le scritte sono di formato più piccolo e combaciano perfettamente con l’apertura più piccola.
In realtà la Sindone di Torino non mostra solo il volto e il corpo di Gesù, cela ben altri segreti mai svelati, e tenuti gelosamente nascosti. Le nuove figure che sono prepotentemente entrate in scena sono:- “Lo stesso Jacques de Molay che reciterà la parte del nuovo crocifisso, e parecchi anni più tardi Leonardo da Vinci, che cercherà di sistemare il volto e parti dell’intera immagine del telo funebre”. Nel 2002, fu fatto un restauro conservativo che modificò definitivamente l’immagine più antica della Sindone.
Perché proprio il corpo del de Molay?
Secondo una tesi certamente originale di alcuni ricercatori, il Gran Maestro sarebbe stato sottoposto ad una forma di tortura mirante a riprodurre sul suo corpo i segni della Passione di Cristo.
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“Quella notte drammatica del 13 ottobre 1307, furono arrestati ben quindicimila Templari, tra cui Jacques de Molay, il Gran Maestro dell’Ordine. A catturarlo ha provveduto Guillaume Imbert in persona, il grande inquisitore di Francia. L’arresto è avvenuto nel tempio di Parigi, che agli occhi di un uomo di Chiesa deve apparire come il covo dell’Anticristo: decorazioni pagane, squadre, compassi, e in una scatola di legno, un sudario, un cranio umano e due femori. Nella mente di Imbert cova una delle più sconcertanti vendette che un uomo della S.I. possa architettare.
La notte è scesa, e de Molay attende nei sotterranei del tempio parigino, abbigliato come gli imputati di eresia: un camice grezzo, un capestro intorno al collo. Il Gran Maestro ha di fronte un uomo temibile, l’Imbert appunto, ma si rifiuta ugualmente di confessare i suoi delitti.
La vendetta sta per cominciare. È scandita da frammenti della Passione di Cristo, e ad essa s’ispira.
De Molay è incatenato alla parete, la schiena nuda e le braccia alzate, il viso verso il muro. Due uomini iniziano a fustigarlo con fruste dotate di doppie sfere di metallo. Il più inferocito dei fustigatori è quello di destra, che colpisce il Templare sul dorso e sulle gambe.
Terminata la flagellazione, a de Molay viene schiacciata sul capo una corona di spine, che fa sanguinare la fronte e il cuoio capelluto. Dopodiché una croce rudimentale è pronta per accogliere il Gran Maestro dei nemici del Cristianesimo. Questa è la vendetta che la mente acuta e crudele dell’Imbert ha concepito: fare provare a quell’Anticristo le pene subite da Gesù Cristo.
Dei chiodi a fusto quadrangolare vengono inseriti all’altezza dei polsi, e così facendo il pollice si schiaccia nel palmo della mano, a causa della slogatura dell’articolazione. Dopo i piedi vengono fissati al legno, sovrapposti in modo da usare un chiodo solo. Il prigioniero è cosciente, e qui inizia la vera sofferenza. Il peso del corpo, tendente verso il basso, costringe de Molay ad incurvarsi, mettendolo così di fronte ad un duplice, atroce dolore: quello delle braccia e delle gambe, trafitti dai chiodi, costretti a sopportare il peso di tutto il corpo, e il tragico terrore di non riuscire a respirare. Il risultato di questa situazione drammatica è l’incremento del tasso metabolico, e una marcata carenza di ossigeno.
Al de Molay, stremato, viene dato da bere dell’aceto, per rispettare il canovaccio biblico della vicenda. Sebbene il Templare sia ormai allo stremo, e sia pronto a confessare ogni sorta di delitti, l’Imbert non è soddisfatto. La rappresentazione della Passione non è ancora conclusa: l’inquisitore conficca un pugnale nel torace del crocifisso (senza ledere alcun organo vitale). È l’ultimo atto: de Molay confessa le sue colpe, cade in uno stato di “acidosi metabolica”, una contrazione dei muscoli dovuta alla sovrabbondanza di acido lattico nel sangue, ed infine è levato dalla croce.
Prima che il corpo quasi esanime del Gran Maestro sia portato via, l’Imbert ordina che venga avvolto nello stesso telo requisito alla vittima, che da oggetto di scherno verso Cristo diventi il sudario della sua personale “passione”. Il corpo del de Molay, ancora caldo e vivo, viene portato in una cella sotterranea, fredda ed umida, dove gli umori delle ferite, ovvero sudore mescolato a sangue acidotico, avevano impregnato il tessuto, “dipingendo” l’immagine del Templare sul lenzuolo.”
Sarebbe questa la seconda immagine impressa sulla Sacra Sindone?
Un’immagine incredibilmente nitida, di un uomo di un metro e ottanta, dal lungo naso, i capelli lunghi, una folta barba, è dunque quella di Jacques de Molay? O come si sostiene da secoli, è quella di Gesù Cristo? Allo stato attuale, non ci sono dubbi, l’immagine del de Molay ha coperto definitivamente l’originale immagine di Gesù Cristo.
La ricostruzione dell’incredibile vicenda occorsa a Jacques de Molay è stata presa dal libro di Christopher Knight e Robert Lomas “La Chiave di Hiram”, edito da Mondadori qualche anno fa, e che ebbe un clamoroso successo.
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A tal proposito, è emersa una verità rimasta sepolta per secoli negli archivi vaticani, che “L’idolo barbuto, la divinità “pagana” che i Cavalieri del Tempio avevano adorato e nascosto, altro non era che “il telo di lino”. Quello che noi, oggi, chiamiamo Sindone”.
I Templari o chi per loro nel 1308 nascosero “la Sindone”, non in un baule, in soffitta o in una fossa segreta, ma celarono definitivamente la sua immagine “sotto una nuova immagine, quella del de Molay, che recava i segni della passione di Gesù”.
Proprio da questo incredibile racconto “La chiave di Hiram”, possiamo comprendere la chiave di volta di tutto il mistero sulla Sindone di Torino, è racchiusa in quel telo “che da oggetto di scherno verso Cristo (a detta della S. I.), diventa il sudario dell’ultimo Gran Maestro del Tempio”.
Quel telo in realtà non era altro che il Mandylion di Edessa. Infatti all’uso templare, Jacques de Molay, fu disteso con molta cura sullo stesso lenzuolo che fu considerato dal de Molay e da alcuni Templari come una reliquia di grande potere”, come se fosse già segnato dalla morte, ma inaspettatamente “forse per il potere miracoloso del lenzuolo?”, riuscì a riprendersi. La Sindone torinese riproporrebbe, perciò in superficie, anche la figura e i tratti somatici di Jacques de Molay, compresi quelli di Gesù Cristo che si troverebbero ben sotto il suo corpo, considerando la stazza fisica del de Molay di qualche centimetro più alta e più larga.
Il radiologo Caselli nel lavoro “Caratteri di anormalità delle impronte sindoniche” aveva notato che i muscoli dei glutei, delle cosce e dei polpacci non sono appiattiti come dovrebbero essere in un cadavere, ma sembrano di marmo perché conservano la loro rotondità”.
Già da diversi anni l’autore di questo lavoro aveva scritto che la foto dorsale a luce trasmessa di Barrie Schwortz mostra l’impronta sanguigna di tutta la superficie dorsale del cadavere.
I glutei, le cosce, i polpacci sono appiattiti dalla forza di gravità su un piano orizzontale. Il confronto delle foto a luce trasmessa con quelle a luce diretta dimostrerebbe che il corpo appiattito sul piano sepolcrale in un determinato momento ha riacquistato il tono muscolare e la rotondità delle parti anatomiche come avviene ad un vivente.
E’ sconcertante come il radiologo Caselli senza sapere nulla della sovrapposizione di due corpi, fa riferimento ad un corpo ancora vivo e tenace come quello di Jcques de Molay.
L’ipotesi è suggestiva, ma alcuni Templari d’altronde, sono da sempre considerati come i depositari di conoscenze al limite dell’atteggiamento eretico.
La lacunosità delle fonti relative alla Sindone tra 1204 e 1353 lascia spazio ad ogni sorta di interpretazione, alcune più verosimili, altre del tutto fantasiose. Come anticipato, tutte le tracce riguardanti il tragitto della Sindone tra il 1204 e il 1353 conducono all’approdo di Lirey, centro abitato della regione della Champagne a circa venti chilometri da Troyes, la città nella quale si ratificò la fondazione dell’Ordine dei Templari.
La storia trasuda di coincidenze, tutto sta nell’interpretarle correttamente.
Vi è un fatto da non trascurare che collega il de Molay alla Sindone di Torino, il de Molay fu portato al rogo circa sette anni dopo il suo arresto nel 1314, assieme al suo amico d’arme Geoffroy de Charny, guarda caso presunto zio dell’omonimo Goffredo di Charny (nipote), proprietario documentato della Sindone di Torino dal 1353. Non ci è dato di sapere se quella Sindone fosse la stessa Sindone di Costantinopoli proveniente da Edessa, o qualche cosa d’altro. Sta di fatto, che dopo trentasei anni dalla morte dello zio, il nipote omonimo, dichiara apertamente di essere in possesso della Sacra Sindone, morirà senza mai spiegare come sia venuto in suo possesso. Della Sindone si erano perse le tracce da circa 150 anni. Se fosse stata la vera Sindone di Costantinopoli, era tutto interesse del nipote rendere chiara la sua provenienza, ma questo non lo fece. Non se la sentiva di dire che era la reliquia tanto venerata dai Templari, e che per il volere di alcuni era diventata qualche cosa d’altro. In realtà lo stesso telo funebre che recava l’immagine di un uomo crocifisso e adorato dai templari come se fosse il Cristo, aveva avvolto anche il corpo del Gran Maestro de Molay. Sostenere delle mezze bugie per il nipote di Geoffroy de Charny, era più difficile che tacere. Ma questo “nipote”, non si era mai dimenticato dello zio (del quale portava il nome).
Infatti nello svelare l’esistenza e la proprietà di questo telo funebre, faceva coniare una targhetta commemorativa, in piombo e stagno a sbalzo, di (cm. 4,5Å~6,2) che riproduceva per la prima volta esattamente la Sindone di Torino, con gli stemmi nobiliari di Geoffroy de Charny e dei Vergy il casato di sua moglie. In mezzo ai quali è rappresentato un sepolcro vuoto, mentre il sepolcro vuoto per effetto di un finissimo intervento a sbalzo, idealizza una croce templare, doveva essere il sepolcro per contenere il corpo di un Templare, quello del de Molay ultimo Gran Maestro, bruciato sul rogo con lo zio di Goffredo, e non il corpo di Gesù Cristo. Non a caso questa targhetta-ricordo fu trovata nella Senna nel 1855 presso il Ponte di Change, proprio difronte al ponte di Neuf, il luogo dove Molay e lo Zio furono immolati sul rogo. Probabilmente gettata nella Senna durante una cerimonia segreta per commemorare tutti i Templari giustiziati dalla Santa Inquisizione. Di questo medaglione considerato importantissimo anche per altri motivi, esiste solo questo esemplare, sicuramente non furono stampati molti pezzi, solo qualche esemplare ad uso e consumo di una stretta cerchia di Cavalieri del Tempio. Oggi l’unico medaglione si trova a Parigi, nel Museo Nazionale del Medioevo-Thermes de Cluny.
Perché proprio Leonardo da Vinci?
Leonardo, come il padre era profondamente anticattolico, non tollerava il clero ed era attratto da una religione personale più vicina alla natura che alla storia di Gesù o dei Santi.
Il geniale toscano, arrivò a Milano nel 1482 e vi rimase per ben sedici anni, “mai una riga di ufficiale, che rivelasse dei contatti con i custodi della Sindone i Savoia”, mentre le cronache ci riferiscono di come si occupasse nei diversi campi delle scienze e delle arti, con prevalenza nell’arte pittorica, infatti, qui realizzò opere molto importanti tra le quali l’ultima cena che fu realizzata intorno al 1495-1497 nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie. In realtà Leonardo era ben presente nei pensieri del Papa Leone X, e dei Savoia.
Infatti Leonardo lavorando su commissione per le più prestigiose e titolate famiglie dell’epoca, compresi i Medici, ebbe sicuramente contatti con Giuliano de Medici sposo di Filiberta di Savoia, nonché fratello di papa Leone X, con ciò si può ben immaginare quanto Leonardo sia stato alla portata del Papa e dei Savoia, i due poteri che più direttamente potevano beneficiare di un nuovo e più autentico status della nuova Sindone. Risulta che nel 1490 Leonardo visitò la Savoia e si pensa che in quella visita ebbe modo di prendere contatto diretto per la prima volta con la Sindone, e che gli fosse stata prospettata una rivisitazione dell’immagine della Sindone e non una nuova sindone come alcuni continuano a sostenere, il telo in realtà, è sempre quello del 1353 di Lirey, per intenderci quello che per onorare un voto espresso dal marito Geoffreoy conte di Charny, la vedova, una Vergy, tenendo fede all’impegno espresso dal marito; Nel 1356 la Sindone viene data in custodia ai canonici di Lirey, di lì a qualche anno la Sindone diviene celebre.
Tra il 1356 e il 1452 vi fu un periodo di liti e contese tra i canonici di Lerey e il vescovo di Troyes che considerava il telo un volgare dipinto, le diatribe insistenti obbligarono i legittimi proprietari a richiedere non senza difficoltà la sua restituzione, quest’ultimi sostenuti sin dal 1364 anche dai Savoia, nel 1452 rientrano definitivamente in possesso del sacro telo. Nel 1453 l’ultimo erede del casato Margherita di Charny, vedova e in condizioni disagiate, dona la Sindone ad Anna di Lusignano, moglie del duca di Savoia Ludovico. Da questo momento, il lenzuolo risiede nel capoluogo savoiardo, Chambery. Nella notte fra il 3 e il 4 dicembre del 1532, scoppia un terribile incendio. La Sindone è salvata a stento con gran pericolo, e riposta in un cofano, ne è tolta due anni dopo, alla presenza di notai e di coloro che ben la conoscevano.
Nel 1499 Ludovico il Moro fuggì da Milano, dopo l’invasione del ducato da parte dei francesi, mentre Leonardo intraprese una serie di viaggi, si recò a Mantova, a Venezia, e poi ritornò a Firenze, in questi anni iniziò anche il famoso ritratto della Gioconda, un dipinto a lui caro che portò con se anche in Francia, alla quale non poté negare quel sorriso quasi complice per quello che aveva appena fatto.
Leonardo come avrebbe potuto architettare questa gigantesca beffa della storia? In realtà Lui fu lo strumento, lavorò su commissione in gran segreto. Probabilmente il volto della Sindone aveva bisogno di urgenti lavori di restauro, sin dalla sua apparizione nel lontano 1353, nel tempo, sempre più spesso, durante le ostensioni il telo veniva considerato come una grande bugia. Durante la sua permanenza al soldo di Ludovico il Moro, Leonardo, ebbe continui contatti con esponenti del Priorato di Syon, con artisti più o meno noti iniziati alle scienze esoteriche, e con alcuni affiliati di una potente loggia massonica. Anche se mai dichiarato apertamente, la Sindone di Torino fu da sempre in un certo senso, un protettorato dei Cavalieri del Tempio, non dimentichiamo chi la possedeva, quando riapparve nel 1353 a Lirey in Francia. Quali le sue segrete origini, e chi era in realtà impresso sul telo funebre, “l’ultimo Gran Maestro del Tempio”.
Quale migliore occasione, per architettare in gran segreto una simile beffa, nel dare il nome al secondo uomo misterioso della Sindone, e inserendo nel contempo la propria immagine, quasi una firma autografa.
Non è un dipinto né una stampa, è assente qualsiasi pigmento che non sia quello sanguigno. Si può dipingere con il sangue diluito in un ampolla con acqua e sale senza usare i pennelli, solo per contatto facendo una piccola pressione circoscritta attraverso una matrice? (Certo sì!) La tecnica usata, permetteva anche di produrre immagini al negativo.
“Il volto nuovo di Gesù Cristo della Sindone di Torino, è in pratica la somma di due mezzi volti, metà volto del de Molay e metà volto di Leonardo.
Ce lo spiega Leonardo stesso come lo ha fatto:-
La scrittura con la seta, per questo sistema impressivo veniva utilizzata una matrice di seta, una tecnica usata in oriente da più di duemila anni.
Il sistema è un procedimento di stampa per contatto, che consiste nel far passare il sangue diluito, attraverso le maglie del tessuto di una matrice facendo una pressione con uno strumento a forma di spatola. Leonardo stravolse questo attrezzo, lo avvolse completamente con delle bende o garze cercando di mantenere la sua rigidità, ma nello stesso tempo renderlo morbido e assorbente, lo intingeva nel sangue molto diluito in acqua e sale e con una leggera pressione faceva passare il sangue diluito attraverso le maglie libere e strette del tessuto di seta usato come matrice, depositando le gocce sul supporto da imprimere “il telo funebre”, che fu già di Gesù Cristo e del de Molay.
La matrice usata era costituita normalmente da un telaio, sul quale veniva teso ed incollato il tessuto di seta finissima facendo sì che le maglie, in tensione, risultassero ben aperte secondo la necessità, per facilitare il passaggio della miscela di sangue. Con un procedimento manuale si chiudevano le maglie nelle zone che non si volevano stampare e si lasciavano aperte le maglie nelle zone da stampare, in questo caso la soluzione sanguigna che impregnava lo strano pennello, veniva quasi guidata dalle sapienti mani dell’ artista. Non era necessario fare una pressione forte perché la soluzione acquosa del sangue potesse oltrepassare gli spazi liberi della matrice, in modo che si depositasse per contatto sul supporto da imprimere. In questa maniera, il lenzuolo funebre assorbiva quasi naturalmente la quantità di pigmento sanguigno voluta dall’artista, prendendo le forme e le volumetrie volute da Leonardo. Seguiva ad ogni passaggio del liquido sanguigno, il riscaldamento con un gran numero di candele per asciugare la stesura, e qualche volta per contatto con un attrezzo metallico riscaldato.
Per riprodurre esattamente la Sindone di Torino non basta un p’ò di polvere e qualche agente chimico, bisogna aver prima conosciuto tutte le verità nascoste che il Sacro Telo cela tra le Sue pieghe.
Per lasciare una traccia di ciò, Leonardo, trascrisse questo messaggio su un misterioso telaio in seta, rimasto segreto per più di cinque secoli, sul quale dipinse il volto della Sindone, una tempera all’uovo molto particolare, perché non presenta sottofondo, l’immagine dipinta poggia tra filo e filo la cui trama rimane libera, osservando la tela di seta in contro luce si possono vedere tutti gli spazi tra filo e filo, come se fosse dipinta su un telaio a maglie larghe, in controluce dal retro possiamo distinguere perfettamente l’immagine dipinta anteriormente.
Questa mirabile tempera all’uovo, fu riportata alla luce verso la fine del XX secolo durante un rocambolesco recupero effettuato da alcuni fiduciari per conto del Terzo Reich durante lultimo conflitto mondiale. Questo recupero venne eseguito presso un facoltoso custode, ma non fu mai portato completamente a termine, infatti prima di essere recapitato all’Ordine delle Tenebre, il dipinto venne intercettato da un nuovo ignaro Custode, che lo ospitò nella sua dimora fino al 1972.
Leonardo, sicuramente anche per le sue capacità tecniche, si è trovato “suo malgrado”, coinvolto in questo artificio solo per caso, e che a causa della sua vena ironica, trasformò un segreto per pochi, in una beffa per molti.
Gli ultimi tre anni della sua vita Leonardo li trascorse ad Amboise in Francia. Si potrebbe proprio ipotizzare che spirò il 02 maggio 1519 fra le braccia di Luisa di Savoia, la madre del Re di Francia.
Una situazione di fatto che dovrebbe far riflettere, “i proprietari della Sindone i Savoia, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a far sparire uno dei tanti taccuini dove Leonardo prendeva appunti per i sui lavori, nel caso specifico, quelli relativi ai suoi interventi sulla Sindone”. Evidentemente appunti compromettenti, tutte le prove dovevano essere messe al sicuro. Ma i 007 dell’epoca, non si accorsero che un disegno collegato di Leonardo, “Lo studio sul volto e sull’occhio”, si era perso nella Biblioteca Reale di Torino, e che il fantomatico telaio con il quale Leonardo operò sul volto della Sindone, fu nascosto in gran segreto diventando il supporto per un anonimo dipinto, una mirabile tempera all’uovo su seta, “il vero volto della Sindone”, ospitata segretamente, di volta in volta presso facoltosi custodi iniziati alle pratiche esoteriche, protetti da una delle più potenti sette massoniche d’Europa, fuori dalla portata di quanti volevano invece la sua messa in sicurezza per non nuocere.
Dunque da questa ricerca, risulterebbe che sulla Sindone vi siano state impresse più immagini, un corpo molto antico presumibilmente risalente all’anno 30-33, questa tesi dovrebbe venir confermata da una ulteriore prova con il C14, “se così fosse ci troveremmo difronte al telo di lino che avvolse il corpo di Gesù”, se così non fosse, esisteva già un falso, usato come reliquia dai Templari convinti che fosse autentico; 1281 anni dopo, verso il 1314, sullo stesso telo funebre, fu disteso e avvolto con molta precisione un secondo corpo ancora vivo e febbricitante, che recava anch’esso i segni della passione di Gesù, vi rimase avvolto immobile per molte ore, quasi un giorno intero, si che l’impronta formatasi a contatto diretto, si asciugò quasi completamente; 181 anni dopo, verso il 1495 qualcuno intervenne su commissione, con una mirabile tecnica, per definire il volto e alcune parti sul telo. Quindi sulla Sindone vi sono tre periodi ben distinti, e tre differenti impressioni sul telo, questo è il motivo per il quale la Sindone di Torino non può essere mai riprodotta esattamente come è attualmente, e non dobbiamo dimenticare anche le vicissitudini cruente subite dal telo funebre a causa degli incendi nelle varie epoche. Ma gli interventi sulla Sindone di Torino, continuano a essere praticati senza apparenti motivi, voluti da misteriosi personaggi, contro i pareri negativi dei custodi e delle più alte cariche messe a tutela della più importante reliquia della cristianità. Si legge sul Messaggero – Venerdì, 9 Agosto 2002, pag. 8, che titola Eliminate le “toppe” del 1534 e la tela di sostegno posteriore.
Sindone, nuovo mistero: trenta rammendi spariti
L’operazione è stata condotta dall’esperta tessile svizzera Flury-Lemberg tra giugno e luglio, che non si è limita ad eseguire solo l’operazione “di restauro”, ma afferma che ” La Sindone di Torino è così straordinariamente conservata, perché “questa stoffa non è stata tenuta in una tomba. L’uomo crocifisso è stato solo per qualche ora avvolto in quel lino”…
Mentre la Commissione per la conservazione della reliquia non è stata coinvolta, intanto si sono fatti interventi radicali sul lenzuolo funebre di Gesù. Si temono danni. Mentre, il cardinal Poletto assicura “che il programma di ricerche sulla Sindone è stato sospeso fino al termine dell’ostensione (2010), che la Sindone attualmente si presenta con due linee scure e triangoli bianchi, i segni delle bruciature riconducibili all’incendio del 1532, con le impronte di un’immagine frontale e dorsale di un uomo morto per crocifissione. L’ultima volta che la Sindone è stata oggetto di lavori è stato fra il 20 giugno e il 23 luglio 2002, quando si è provveduto a scucire completamente la Sindone dal telo d’Olanda su cui era stata fissata dal 1534: sono state rimosse tutte le toppe cucite dalle Clarisse di Chambéry e un nuovo supporto è stato unito al Telo sindonico. Inoltre é stata effettuata una nuova serie di scansioni digitali sia sul lato dell’immagine sia su quello posteriore. Infine, é stata realizzata una nuova documentazione fotografica completa della Sindone. Bisogna osservare a tal proposito che la documentazione fotografica eseguita nel 2002, dopo la pulitura del telo sindonico, non è paragonabile per qualità e nitidezza d’immagine con la documentazione fotografica eseguita per la prima volta nel lontano 1898 dall’ Avv. Secondo Pia, e ancor meno con quella eseguita dal Comm. Giuseppe Enrie fotografo della Sindone nel 1931. Dopo settantun anni di evoluzione della fotografia, ci ritroviamo nel 2002 con dei risultati a dir poco scadenti, da far rimpiangere il vecchio volto della Sindone seppur con alcune linee e macchie in più.
Sempre Sul Messaggero a firma di Orazio Petrosillo leggiamo “A prima vista, la notizia appare incredibile. La Sindone di Torino non è ormai più quella che milioni di persone hanno venerato e contemplato nelle ultime ostensioni del 1978 del 1998 e del Giubileo. Nella massima segretezza, un mese fa, le hanno fatto cambiare il suo aspetto universalmente conosciuto. La Sindone di Torino non è più quella che è stata per quasi cinque secoli, dall’aprile 1534 fino a qualche settimana fa. È stato eliminato un restauro che durava da allora. Infatti, sono stati tolti i trenta rappezzi di varia grandezza cuciti sul Lenzuolo dalle Clarisse di Chambéry nel restauro compiuto a seguito dell’incendio del 4 dicembre 1532 che l’aveva bruciato in più punti. Inoltre è stata sostituita la cosiddetta “tela d’Olanda”, allora cucita sul retro della Sindone per meglio sostenerla.
Il massimo cimelio-reliquia della Cristianità, di valore universale perché ritenuto il lenzuolo funebre di Gesù di Nazareth, con sorprendenti conferme da molte prove scientifiche di diverse discipline, ha subito un intervento di non certo scarsa portata conservativa, con l’eliminazione di un restauro plurisecolare e con notevoli rischi per la stessa immagine dell’Uomo della Sindone. E il tutto nella totale riservatezza, senza che la comunità scientifica e quella religiosa fossero state informate. E senza che in nessuno degli otto congressi internazionali di studi sindonici degli ultimi quattro anni fosse mai stato suggerito di scucire i rattoppi e la tela d’Olanda. Ciò dimostra che nessun sindonologo riteneva necessario o urgente tale intervento per la conservazione della Sindone.
Dal punto di vista storico-documentario, il danno è evidente. Per quanto si possa aver agito con prudenza e professionalità, la scucitura dei rappezzi sulle parti bruciate del telo, soprattutto quello vicinissimo alla ferita del costato, non può non essere avvenuta senza perdita di piccoli frammenti. Sembra davvero sorprendente che un permesso del genere sia stato avallato dal Custode, cardinale Severino Poletto, e concesso (anche se ci risulta con notevole difficoltà) dalla Santa Sede che è proprietaria della reliquia. L’operazione-toppe è avvenuta dal 20 giugno al 22 luglio scorsi. La Sindone è stata tolta dalla nuova teca posta sotto il palco reale, nel transetto di sinistra del duomo di Torino e portata nell’adiacente sagrestia nuova, diventata inaccessibile per tutta la durata dei lavori. Al lenzuolo lungo 4,37 m e largo 1,11 m sono state tolte le toppe più o meno triangolari che, a due a due, si trovano parallele a fianco dell’immagine frontale e dorsale. Nell’incendio della notte tra il 3 e il 4 dicembre 1532 nella “Sainte Chapelle” di Chambéry, si bruciò un angolo della Sindone (era piegata in 48 strati e misurava 27 cm per 36), provocando bruciature simmetriche rispetto alle linee di piegatura longitudinali e trasversali.
A questo punto, anche se la Sindone cerca di cambiare d’abito, non riuscirà mai a scrollarsi di dosso tutte le sue confuse e misteriose problematiche, rimanendo comunque agli occhi del mondo un pozzo pieno di verità mai svelate, dove potrebbe proprio in virtù di quest’ultimo restauro sovvertire il precedente risultato del C14, facendo datare il telo di lino al 30/33 dopo Cristo, affermando con maggiore certezza, che ci troveremmo al cospetto del telo funebre che avvolse il corpo di Gesù. Comunque questo nuovo restyling della vecchia Sindone, non basterebbe a far cancellare la sconsiderata ritorsione eseguita dai Templari nel lontano 1308, nascondendo definitivamente agli occhi del mondo l’originale immagine impressa su tale telo funebre, collocandovi sopra il corpo di un altro uomo crocifisso, quello di Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro del Tempio, una ritorsione a dir poco scontata a causa della feroce repressione subita dai Templari per mano della S.I.. Di queste verità quanto rimarrebbe dopo tante manipolazioni? Per i credenti Cristiani può rimanere tranquillamente il simbolo della Resurrezione. Per i Cavalieri del Tempio anche il telo funebre del loro ultimo Gran Maestro Molay, mentre Leonardo intervenendo con tanta decisione e poca fede sul volto della Sindone, è diventato suo malgrado il nuovo profeta.
A.D. 2010
Rodolfo
[...] - Gialli.it, 29 novembre [...]
credo che il punto di vista di un fedele debba essre diverso da quello scientifico.Se si ha la fortuna di avere il dono della fede si ha l’umiltà di accettare anche quello che non è dimostrabile .
Il punto è questo quanti di noi hanno fede?
Concordo pienamente. Fede sta nel credere l’insondabile, anche se è lecito e legittimo per chiunque il desiderio di avvallarlo con il tangibile. Resta il fatto che in molti casi fede è un modo come un altro per riempirsi la bocca.