Il 4 luglio 2009 a Londra, come ogni anno, come in molti altri paesi, ci sarà la parata del Gay Pride. L’omosessualità oggi può essere gridata. 40 anni fa non poteva essere neanche sussurrata. Il Caso Lavorini è la storia di un delirio. Il delirio di un paese contro la diversità.
di CLAUDIA MIGLIORE
31 gennaio 1969. Un venerdì pomeriggio qualunque a Viareggio. Quarant’anni fa. Un’altra Italia, un’altra vita.
Ermanno Lavorini ha 12 anni e frequenta la scuola media. Esce di casa in bicicletta. “Mamma torno tra un’ora” ma non tornerà più. Il mattino del 9 marzo, una domenica, nelle ore in cui la pineta si apre alla vita, dopo due mesi ed un’unica richiesta di riscatto, Ermanno viene ritrovato sulla spiaggia di Marina di Vecchiano. E’ stato soffocato. Il volto tumefatto da pugni.
Sono passati quarant’anni, trentadue dalla sentenza della corte di cassazione che ha dichiarato Marco Baldisseri, tesoriere del Fronte Monarchico Giovanile di Viareggio, Rodolfo Della Latta detto “Foffo”, attivista MSI, e il ventenne Pietro Vangioni, colpevoli di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.
I ragazzi terribili. Li chiamavano così, ma non erano nulla più di un “branco” di giovani dediti al vizio, al gioco e al furto. Astuti, intelligenti, bugiardi fino all’inverosimile, spregiudicati, legati da una sorta di codice d’onore al quale si attenevano con fermezza. Rubavano di tutto borsette, biciclette, scooter. Si passavano le ragazze disponibili ed erano quasi sempre in strada, pronti ad afferrare l’occasione propizia per arraffare qualcosa, dividersela.
Sono passati quarant’anni ma ancora oggi alla domanda “si ricorda del caso Lavorini?” i più rispondono “si, ricordo, è quello degli omosessuali”.
Perché? Perché un caso così semplice quasi banale nella sua brutalità, venne etichettato e montato mediaticamente al punto da rimanere impresso nella memoria collettiva aldilà del tempo e della verità come un omicidio legato all’omosessualità. Quasi fosse l’omosessualità un delitto.
Per capirlo occorre affondare in quell’Italia. Nell’Italia di quarant’anni fa.
E’ il 1969. Siamo alle porte degli anni di piombo, della violenza, della lotta armata che sfocerà nelle stragi politiche e nel terrorismo. A dicembre dello stesso anno esploderà la bomba di Piazza Fontana, poi quella della Loggia a Bologna. E’ appena iniziata la strategia della tensione.
L’omicidio di Ermanno nasce in questa Italia e per otto anni sarà “il caso” che la terrà inchiodata ai giornali, alle radio e alla televisione. Comincia così sussurrato, per crescere in intensità e violenza, “il caso” che metterà in discussione la morale, la cultura e la mentalità di un paese che stava riacquistando la sua indipendenza, che aveva ancora paura del suo passato e che avrebbe avuto presto terrore del suo futuro.
Il 20 aprile 1969. Un’altra domenica. Il giorno in cui il colonnello Mario De Julio, comandante della legione dei carabinieri di Livorno, comunica alla stampa che il caso Lavorini è da ritenersi definitivamente chiuso. E’ in questa data, che dall’omicidio di Ermanno Lavorini, ha inizio “il caso Lavorini”. Un sedicenne, Marco Baldisseri, confessa di aver ucciso Ermanno “per futili motivi” con la complicità di due amici. Ma nonostante la confessione, restano ancora molti dettagli oscuri e la televisione continua a dedicare tre servizi quotidiani al delitto di Viareggio. Intanto si scatenano le voci. Si mormora. Si suppone.
I tre assassini sono scaltri, senza scrupoli. Quando la coscienza tace, qualunque bassezza è preferibile alla meritata galera. E così i tre, probabilmente consigliati da qualche adulto a loro vicino, approfittano delle voci, dei dettagli poco chiari, della nebulosità che essi stessi forse avevano creato ad arte, per distogliere l’attenzione da sè. “Hanno confessato per paura ma loro non c’entrano nulla”. E parte il valzer delle calunnie. Cominciano a venir fuori uno ad uno i nomi di diversi personaggi viareggini, scomodi, diversi…
La prima vittima è Adolfo Meciani, 42 anni, sposato, un figlio. Ha fama di playboy ma nasconde una vita segreta. E’ gay. Marco Baldisseri racconta dei diversi rapporti sessuali avuti con lui in pineta. Il segreto di Meciani viene fuori e i giornali “sbattono il mostro in prima pagina”. Lui e i suoi incontri clandestini in pineta. La pineta. Un posto dove potersi nascondere, appartare, diviene nell’immaginario collettivo il luogo della perdizione, dei festini, delle orge e dei rapporti contro natura. La pineta dove il mostro avrebbe adescato e ucciso il povero Ermanno. Meciani non regge alla vergogna, si ammala e una volta arrestato per l’omicidio, il 24 maggio del 1969, si toglie la vita impiccandosi in cella. Non fa in tempo la giustizia a salvare un’altra vittima innocente. Adolfo Menciani non potrà sentire la voce del giudice dichiarare: l’accusa è infondata.
La polizia però avvia un attività di controllo sugli omosessuali della zona convocando in caserma quelli noti e arrestandone di nuovi con l’accusa di atti osceni in luogo pubblico. Se non si può consegnare alla folla un assassino le si concede almeno il diritto alla sacrosanta indignazione contro i dissacratori della santa morale cristiana.
Il gioco delle tre tavolette degli unici veri colpevoli non si ferma. Anzi sembra che i tempi siano maturi per rilanciare. Ormai la caccia alle streghe è partita, cieca, implacabile, contro la diversità, contro le minoranze, contro un mondo sommerso costretto a nascondersi per sopravvivere alla gogna del pregiudizio.
La seconda vittima è Giuseppe Zacconi, personalità viareggina nota e rispettata fino ad allora, Questa volta non si colpisce la diversità sessuale ma quella economica, quella sociale.
Zacconi viene accusato dai ragazzi di essere lo stupratore di Ermanno. E’ costretto a rivelare di essere impotente. Ma lo scandalo si trasforma in una morsa di isolamento e di morte civile a cui il poveretto non regge, morendo d’infarto nel 1970.
La terza e la quarta vittima sono il sindaco e il presidente dell’Azienda di turismo. Socialisti. La diversità politica diviene il terzo bersaglio e i due politici rassegnano subito le dimissioni, travolti dallo scandalo inarrestabile, alimentato dai giornali. Quando la loro posizione si chiarirà, uno dei due si ritirerà a vita privata, piegato dalle calunnie.
Il processo di primo grado inizia solo nel gennaio del 1975 e la Cassazione emette la sentenza nel 1977.
27 trasmissioni televisive, 300 passaggi radiofonici, 30 rotocalchi, 22 inviati speciali dei maggiori quotidiani che hanno scritto in media 85 articoli ciascuno.
Ancora oggi la Nazione, nel suo inserto sui 150 anni di vita del giornale, cita il caso come nato nella cerchia degli omosessuali.
Tutti persi dietro a tre balordi. Quanto rumore, quanto dolore. Per oltre otto anni, fino al 1977 non c’è stato giorno in cui i giornali non hanno parlato del caso di Viareggio.
Scoop, voci, aggiornamenti, ogni giorno un nuovo mostro, ogni giorno una famiglia distrutta. Fino ad oscurare il principio, l’inizio, un bambino in bicicletta, innocente, vittima di una follia omicida senza senso.
“L’Italia ha mostrato la sua vera faccia: un piccolo, sordido, ignorante paese provinciale, con turpi fantasie sui festini e sui party, senza pensare che fuori da ogni morbosità, se qualcosa del genere a Viareggio c’è stato (senza avere nulla a che fare, naturalmente con la morte di Ermanno, che è opera esclusivamente di ragazzi) si è trattato di povere riunioni di due tre amici terrorizzati, che fingono di ridere per nascondere l’incubo del linciaggio morale o addirittura reale, e soprattutto del ricatto a cui li dà in pasto, connivente, la società.” Queste furono le parole di Pier Paolo Pasolini. Quarant’anni fa. Sono passati quarant’anni da allora, dal primo kidnapping italiano. Sono passati 40 anni e l’Italia è cambiata. Il mondo è cambiato.
(30 giugno 2009)